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Antigiudaismo 

 

ANCORA SEGNALI DI ANTISEMITISMO IN EUROPA

di Elzbieta Cywiak 

Roma, 22 febbraio 2021 - Le ultime settimane hanno visto in Europa il susseguirsi di alcuni episodi e azioni di matrice antisemita. Pochi giorni fa, in Italia, una valanga di insulti ed espressioni di odio on line ha colpito la novantenne senatrice a vita Liliana Segre, sopravvissuta ad Auschwitz, “colpevole” di essersi sottoposta pubblicamente alla vaccinazione anti-Covid. Tra i messaggi di brutalità inaudita frasi come “Non sono riusciti neanche i tedeschi ad ammazzarla”, “speriamo che il vaccino faccia il suo dovere” (nel senso d’ucciderla, visto la convinzione dell’autore del messaggio circa la carica letale del vaccino - ndr.). Un’indagine è stata aperta con l’ipotesi di reato di minacce aggravate dalla discriminazione e dall’odio razziale.

Anche a Parigi la Procura ha avviato un’inchiesta, questa volta sulla strana aggressione subita da Marek Halter, l’intellettuale di origine ebrea polacca sopravvissuto alla Shoah, nella sua casa la notte del 13 febbraio. Due uomini incappucciati hanno sorpreso lo scrittore quando si era addormentato mentre stava rileggendo il testo del suo libro in prossima uscita “Un mondo senza profeti” e, di fronte alla sua reazione, uno di loro con dei calci gli ha provocato lividi ed alcune ferite. Inoltre, prima di lasciare la casa, senza rubare nulla, ma portando via le chiavi di casa, lo hanno ammonito “se gridi, sei morto”. Non è la prima volta che questo autore di circa 20 libri, romanzi e saggi in cui affronta principalmente temi legati alla Bibbia e al popolo ebraico, viene aggredito. Halter, instancabile militante contro il razzismo e l’antisemitismo (è uno dei fondatori del movimento “SOS racisme”) e a favore della pace e del dialogo interreligioso ha osservato: “Di solito però, mi urlano contro alcuni insulti antisemiti o razzisti, ma l’altra sera niente, come se volessero solo avvertirmi”. E ha aggiunto che proprio la pubblicazione del suo prossimo libro “Un mondo senza profeti”, in cui sferra un attacco “all’intellighenzia religiosa”, potrebbe essere legata a questa aggressione, anche se i due assalitori non ne hanno fatto alcun riferimento. Comunque, nell’atmosfera della Francia odierna, pervasa periodicamente da ondate di attacchi terroristici jihadisti e da atti palesemente antisemiti, quest’ultima aggressione fa sorgere più di una inquietudine. Colpisce, di contro, l’ampiezza di manifestazioni di solidarietà espresse ad Halter, non solo dai rappresentanti delle istituzioni francesi come il presidente Emmanuel Macron e la sindaca di Parigi, Anne Hidalgo, ma anche di gente comune con e-mail, messaggi: 282.000 in Francia, 120.000 in Italia e alcune migliaia in Polonia, terra d’origine dello scrittore. E questa generosità delle persone, siano esse di destra che di sinistra, viene subito messa in rilievo da Halter, nel suo eterno ottimismo, che gli ha fatto acquisire da alcuni suoi commentatori, a volte non senza critica, la denominazione di un affabulatore e di un incorreggibile sognatore.

Ma è proprio nella capitale della terra natia di Halter, a Varsavia, che un tribunale ha pronunciato il 9 febbraio la sentenza che da un lato riguarda la libertà storica in un paese che continua a definirsi democratico, dall’altro la controversa e sensibile questione dei rapporti tra ebrei e polacchi durante la Shoah.  Si riferisce a due storici, Barbara Engelking e Jan Grabowski che in collaborazione con altri studiosi hanno pubblicato nel 2018, dopo ben sei anni di lavoro, il libro in due grossi volumi “Notte senza fine. Il destino degli ebrei in alcune province della Polonia occupata”. Questo lavoro, basato su un’ampia documentazione non elaborata in precedenza, riporta i casi di complicità dei polacchi, ma anche di ucraini e bielorussi, nell’attuazione del genocidio degli ebrei durante l’occupazione nazista. Va sottolineato che gli autori non trascurano comunque le azioni di soccorso da parte di alcuni coraggiosi a rischio della propria vita.

La denuncia nei confronti dei due studiosi è stata avviata da Filomena Leszczyńska per diffamazione di suo zio, Edward Malinowski che fu sindaco del villaggio Malinowo nel Nord-Est della Polonia nel periodo della Seconda guerra mondiale.  In un breve passaggio del libro si legge che egli potrebbe essere stato corresponsabile nel massacro di 22 ebrei del luogo da parte dei nazisti. Questo passaggio si basa su una testimonianza data nel 1996 da una donna ebrea, Estera Drogicka, lei stessa salvata dalla morte grazie all’aiuto del sindaco, alla Shoah Foundation. Mentre in precedenza, durante il processo svoltosi in Polonia nel 1950 sulla corresponsabilità del sindaco Malinowski, la testimone aveva nella sua deposizione scagionato l’imputato, probabilmente pagando in questo modo il suo debito di riconoscenza, nella successiva ed ultima intervista del 1996 lo ha, invece, accusato di complicità con i nazisti. La storica Engelking tra queste due testimonianze discrepanti privilegia quella che incolpa il sindaco, mettendo in rilievo che la donna ebrea si sentiva meno condizionata nelle sue affermazioni davanti alla Shoah Foundation, che di fronte a un tribunale polacco negli anni direttamente successivi alla guerra. L’accusa che ha mosso la ricorrente Leszczyńska è che suo zio sia stato volontariamente infangato per danneggiare la reputazione della Polonia. Questa battaglia legale è stata sostenuta dalla Roccaforte del Buon Nome (Reduta Dobrego Imienia), organizzazione non governativa ma sorretta da fondi anche statali il cui capo, Maciej Świrski, promuove azioni per “correggere le false informazioni sulla storia polacca”. Egli ha infatti dichiarato che gli errori commessi dagli storici “danneggiano il popolo polacco” giacché i due accademici portati in tribunale cercano un consenso sulle responsabilità polacche durante la Shoah.

Il verdetto pronunciato dalla giudice Ewa Jończyk stabilisce ora che gli studiosi devono porgere le scuse scritte alla ricorrente per “aver fornito informazioni inesatte” il che si riferisce, oltre alle discrepanze nella testimonianza, all’affermazione che il defunto zio Malinowski avrebbe derubato la donna ebrea in questione. Questa sentenza che non prevede tuttavia né pena pecuniaria, né attribuisce agli storici la premeditata intenzione di danneggiare il buon nome del popolo polacco, dimostra tutto il disagio e la difficoltà di un tribunale di stabilire la verità storica. Tutto il processo, come avevano già segnalato molti storici ed opinionisti, si innesta su una azione più generale delle attuali autorità polacche di intervenire sulla narrazione della storia nazionale nell’ambito della cosiddetta politica storica che, come dice lo stesso nome, non ha nulla a che fare con l’autentica e libera ricerca storica. Questo indirizzo politico è supportato dall’Istituto della Memoria Nazionale (IPN), che ha poteri di controllo sui contenuti dell’insegnamento di storia nelle scuole e nei manuali, e in particolare si basa sulla legge approvata nel 2018 su iniziativa del partito conservatore e nazionalista Diritto e Giustizia (PiS) che vieta di accusare la nazione polacca di complicità con i nazisti nella Shoah. Non a caso questa legge è nota come “legge Gros” dal nome dello studioso Jan Gross, autore del libro “I carnefici della porta accanto. 1941: il massacro della comunità ebraica di Jedwabne in Polonia” e primo imputato sulla base di questa legge. È vero che in seguito il premier Morawiecki l’ha depenalizzata dal carcere (la pena prevista era la reclusione fino a 3 anni), ma allo stesso tempo egli ha dichiarato di non voler retrocedere nel portare a processo chiunque “calunni la nazione”. Nella politica ufficiale la Polonia viene presentata come “la vittima perpetua e inconsapevole dell’Europa”. “Questo processo”, ha spiegato Jan Grabowski a Gazeta Wyborcza , “è la prosecuzione di questa legge polacca sulla Shoah”. La professoressa Engelking ha già dichiarato di voler ricorrere in appello.

Un altro esempio del tentativo di reprimere storici e giornalisti che cercano di presentare in modo imparziale la situazione degli ebrei polacchi sotto l’occupazione nazista è l’interrogatorio, da parte della polizia, della giornalista Katarzyna Markusz per aver scritto un saggio nel quale evidenzia la partecipazione polacca alla Shoah. Un ulteriore segnale d’allarme è la nomina a direttore regionale dell’IPN di Wrocław (Breslavia) di Tomasz Greniuch, già noto militante del movimento di estrema destra antisemita, ONR. Ora Greniuch e chi lo difende assicurano che si è pentito degli “sbagli della giovinezza” ed ha cambiato idea.  Ma vi sono varie foto di lui in piazza con simboli antisemiti e, per giunta, col braccio destro nel saluto romano o nazista. E pensare che il presidente polacco, Andrzej Duda, nel 2018 lo ha insignito della croce di bronzo al merito! Come mai il presidente Duda e i suoi collaboratori non hanno visto la biografia di Greniuch e gli hanno concesso questa onorificenza? Hanno chiesto i militanti del gruppo storico del 1981di Solidarność.  E sembra che questa domanda assieme ad altre voci critiche nei confronti di Greniuch abbiano avuto effetto. Proprio in queste ore giunge la notizia delle sue dimissioni da capo dell’Istituto della Memoria Nazionale a Wroclaw.

Roma, 22 febbraio 2021                                                                 Elzbieta Cywiak (membro Beth Hillel Roma) 

Memoria

27 GENNAIO 2021

BETH HILLEL 

GIORNATA DELLA MEMORIA 

 

di Franca Eckert Coen

Il 27 gennaio ricorda l’apertura dei cancelli del campo di sterminio di Auschwitz e le tante vittime della shoah. Oggi, a 76 anni di distanza, resta l’orrore che si presentò agli occhi di chi per primo prese coscienza e conoscenza di quella realtà inimmaginabile. 

Io avevo 6 anni. Per mia fortuna non ero in quel campo, anche se avrei potuto esserci molto facilmente. Mi chiamo Franca ed ero ‘onesta’ come esprime il mio nome ma, per sopravvivere, dovevo imparare a mentire: mentire sul mio nome, mentire sulla religione alla quale ero stata cresciuta ed educata fino a quel momento.

Da un giorno all’altro per tutti gli ebrei fu perdita del lavoro, requisizione dei propri beni, esclusione dalle scuole. Poi, per la salvezza, la fuga. Noi fuggimmo verso il sud, già liberato dagli alleati, con destinazione Brindisi; altri fuggirono all’estero, in Svizzera scavalcando montagne, altri ancora si nascosero in conventi, posti di fortuna….

Noi fummo fortunati, pur rimanendo orfani di nostri numerosi parenti; fummo salvati da gente comune: contadini, un ufficiale dei carabinieri, perfino un giovane ufficiale tedesco, contribuirono alla nostra salvezza. Un segno che, pur nei momenti più bui, esistono persone che conservano la propria integrità morale e che vanno ricordati come esempi contro tutte le guerre. Io ancora oggi provo viva riconoscenza per coloro che a proprio grave rischio hanno salvato loro simili.

Molti bambini morti nella Shoà non hanno potuto crescere e dar vita a loro volta ad altri figli e perciò noi bimbi sopravvissuti abbiamo il dovere di testimoniare e tramandare, come valori universali, alcuni insegnamenti profondi che siano forieri di pace:

  • l’importanza del rapporto di fiducia tra gli uomini 
  • essere in grado di mantenere la propria umanità anche nelle situazioni più gravi
  • riconoscere il valore di ogni essere umano e la ricchezza delle diversità.

A proposito del rispetto per tutti i popoli la denuncia dei crimini perpetrati dai nazisti, porta ad accusare il popolo tedesco come persecutore e si rischia così di infondere odio verso un popolo più che verso un regime. Condivido ciò che scriveva Enzo Sereni nel ’42: 

“Io voglio che la nostra gioventù sia penetrata di odio verso il regime di servitù che vige nel mondo e che provoca guerre continue ed avvilimento della nostra dignità umana. Ma l’odio che io voglio provocare è l’odio al concetto, al regime e non agli uomini. Deve essere sempre chiaro che è proibito confondere l’odio verso il regime con l’odio verso l’uomo…”   

Nel ricordare, inoltre, e nel portare rispetto e compassione per tutti coloro che sono stati sterminati, voglio esprimere anche la duplice preoccupazione: primo, che tutti i non ebrei ci compiangano come vittime di tante persecuzioni nella storia e ignorino il valore culturale e religioso dell’ebraismo; secondo, che i giovani ebrei di oggi si identifichino prevalentemente nel ruolo di figli della shoah, invece di essere coscienti di far parte di un popolo ricco di valori e che intende operare per un mondo di giustizia. 

Per evitare questa tendenza credo fermamente che per tutti noi ebrei sia importante e basilare acquisire una solida formazione culturale ebraica che ci permetta di trasmettere questi valori a chi non ci conosce contribuendo al principio fondante del Beth Hillel che è quello del Tikkun Ha Olam e cioè il perfezionamento del Mondo, anche attraverso il compito al quale l’Eterno ci ha chiamato per contribuire.

Franca Eckert Coen  (Cofondatrice e Presidente onorario Beth Hillel Roma)

mar, giugno 15 2021 5 Tamùz 5781