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Newsletter Volume 2 - 26 Adar 5778

Introduzione – di Fabrizio Yonah Negroni

Quando si comincia un avventura non si sa mai quale sarà il percorso che si seguirà o quale ne sarà l’epilogo. Quando il nostro Presidente mi ha chiesto di organizzare questa newsletter non nego di aver sentito sulle mie spalle quella tensione tipica di chi è consapevole dell’importanza che questa avrà per la vita della nostra comunità. Poter comunicare con i propri membri, consentire loro di potersi esprimere e far conoscere, a chi di Beth Hillel non è ancora parte, i nostri valori, la nostra visione e la strada che stiamo percorrendo insieme, non è facile.

Oggi posso dire, non banalmente già dalla seconda uscita bimestrale, che questo sforzo è stato minore di quanto pensassi e quello che per me era un terreno ignoto ora diventa qualcosa di ben chiaro e definito.

Tutto questo è stato possibile grazie a voi, amici cari. Voi che avete raccolto con entusiasmo questa sfida ed avete sommerso di articoli, pensieri e parole il mio indirizzo mail.

In questo numero abbiamo davvero la grande galassia Reform Romana, ci tengo a sottolineare la parola “Romana”. Non per mero campanilismo geografico, ma perché sempre più si va definendo, grazie alle peculiarità di ognuno di noi, una nostra identità di ebrei reform che se da una parte ha accolto valori, persone, innovazioni e principi generali dell’ebraismo reform mondiale, dall’altra non ha rinunciato a mantenere la sua identità e le sue tradizioni. Un esempio tipico è nell’organizzazione dei due seder di Pesach 5778 che si terranno al Grand Hotel Gianicolo il 30 ed il 31 marzo, il primo, in lingua inglese che sarà condotto dal Rabbino Levi Kelman da Gerusalemme, ed il secondo, condotto da Federico D’Agostino con altri amici romani che seguirà la tradizionale Haggadah di rito italiano.

Lasciandovi alla lettura della Vostra newsletter, rinnovo il ringraziamento di Beth Hillel e del suo Consiglio per la grande partecipazione e l’affetto che ogni giorno state dimostrando.

Rubrica “News da Beth Hillel” – In ricordo di Giacometta Limentani

di Pupa Garribba - Per Confronti di Febbraio 2018

 

 

Molto si è scritto su Giacometta Limentani a partire dall’11 ottobre in occasione del suo novantesimo compleanno, e poi alla notizia della sua scomparsa il 18 febbraio, a conclusione di una subdola malattia che si portava dentro da tempo. E’ stata ricordata come traduttrice, narratrice e saggista.  E anche come morà, “maestra di sapienza ebraica”.

Io scriverò di un’altra Giacometta, di quella Giacometta che avevo scoperto alla fine degli anni sessanta del secolo scorso in un kibbutz del sud di Israele dove, con Lele Luzzati, era arrivato ‘In contumacia’, il suo primo libro. Mai avrei immaginato che da lì a pochi anni mi sarebbe diventata sorella e compagna di tante esperienze.

Le nostre strade si sono incrociate per sempre a metà degli anni settanta, dopo il mio arrivo a Roma. In quel periodo condividevo con Erica Tedeschi la conduzione di un laboratorio di pupi di cartapesta per i bambini dell’Istituto Pitigliani: per una rappresentazione destinata alla prima Festa del Ghetto avevo deciso di ridurre in forma teatrale il suo "Il vizio del faraone e altre leggende ebraiche". Evidentemente siamo piaciuti a tal punto che Giacometta, che non era di gusti facili, ci ha subito assoldati per una replica alla Galleria Giulia, diretta da suo marito Walter Cantatore. Da quel momento non ci siamo più perse di vista, iniziando a condividere le più varie esperienze: di carattere politico con riferimento  sia  all’Italia che ad Israele; di testimonianze comuni come sopravvissute alla Shoah (eravamo così affiatate che ci avevano soprannominato ‘le sorelle Kessler’ di televisiva memoria); di carattere letterario ed editoriale, di scoperte di negozietti un po’ speciali; di tanto cinema; di tanti incontri a casa sua e di tanti capodanni ebraici a casa mia che lei rendeva speciali con le sue riflessioni.

Qualche ricordo in particolare.

Risale all’anno scolastico 1990/91 la nostra prima testimonianza comune nelle scuole, dove in quel periodo i naziskin facevano il bello e il cattivo tempo.  Nell’Istituto di Primavalle dove eravamo state invitate, tre di loro si erano barricati in un’ala dell’edificio perché si rifiutavano di “respirare la stessa aria che respiravano due ebree”. L’incontro è avvenuto regolarmente nell’Aula Magna e, in particolare, il racconto di Giacometta sullo stupro che aveva subìto da ragazzina aveva suscitato molta emozione. Durante l’intervallo una studentessa le si è avvicinata e le ha raccontato di avere subìto anche lei uno stupro mai confessato; ho ancora davanti agli occhi, dopo tanti anni, il loro pianto e il loro abbraccio.  

Lungo e gratificante è stato il nostro comune impegno assunto con Confronti, il cui direttore mi aveva offerto tanti anni fa la gestione di due pagine per articoli sulla storia e cultura ebraica. Inutile dire che Giacometta ha colto al volo la mia offerta di collaborazione e ha contribuito in maniera determinante alla creazione di un affiatato gruppo di lavoro, che ha sfornato un numero considerevoli di articoli. Articoli raccolti poi a fine anni novanta in quattro piccoli libri, che rispondevano alle domande che in quel momento ci rivolgeva la società italiana. Che ruolo hanno le donne ebree, ad esempio, o qual è il significato della stella di Davide o della kippà, o che caratteristiche particolari hanno le feste, e anche che contributo hanno dato alle società di appartenenza gli “‘ebrei sul confine”, titolo perfetto scelto da lei. Evidentemente sono domande che coloro che si avvicinano alla cultura ebraica si pongono ancora, perché i quattro piccoli libri continuano a godere di alto gradimento nelle librerie specializzate.  

Due parole infine per l’incontro che avevo programmato insieme alla Comunità Ebraica Progressive Beth Hillel, per la prima metà di gennaio, con l’intento di rievocare con Giacometta ormai novantenne i trentadue anni di corso di studi ebraici da lei portato avanti con tanto successo.  Ci abbiamo lavorato insieme per molte settimane, per recuperare i nomi delle molte decine di persone che quei corsi avevano seguito, a partire dai soci fondatori che avevano deciso di mettersi a studiare con lei dopo gli attacchi agli ebrei italiani arrivati da ambienti di sinistra a seguito della strage di Sabra e Chatila. Di nomi ne abbiamo trovati proprio tanti e lei era molto soddisfatta all’idea di questa rimpatriata, alla quale non ha potuto partecipare perché una febbre improvvisa l’ha trattenuta a casa. L’omaggio a Giacometta “morà di sapienza ebraica”, articolato sulle testimonianze dei suoi allievi che si sono lasciati andare anche a ricordi molto personali, si è svolto lo stesso e lei si è dimostrata commossa e felice nel sentire il giorno dopo e in quelli successivi le espressioni di stima ed affetto che le erano state riservate. Secondo quanto il rabbino gerosolimitano Joel Oseran ha scritto in una affettuosa lettera di condoglianze, è stato importante che questo tributo si sia svolto anche senza la sua presenza fisica, perché le ha permesso di capire “da viva” quanto fosse amata e rispettata. Ne ha avuto la conferma nelle sue ultime settimane, se mai ce n’era bisogno, perché se ne è andata circondata dalle tante persone che le hanno voluto bene e che già sentono acutamente la sua mancanza.

Che il suo ricordo sia di benedizione.

Rubrica “News da Beth Hillel” – XXIV Conferenza del world congress: Keshet Qa’avah

di Fabrizio Yonah Negroni

 

Informiamo tutti i membri e gli associati di BethHillel che nei prossimi giorni si terrà a Roma questo importantissimo convegno mondiale organizzato da Marco Fiammelli del MDKI, naturalmente la nostra comunità sarà presente, attiva e patrocinante.

Data l’importanza dei temi trattati, invitiamo tutti alla più ampia partecipazione.

Per avere maggiori info sui dettagli del programma potete contattare direttamente l’indirizzo mail

magen.david.keshet@gmail.com

Rubrica “I giovani di Beth Hillel” – Fino a quando tollereremo l’intolleranza?

di Sara Gomel

 

In una giornata per me profondamente dolorosa ricevo un messaggio da mio padre: “purtroppo le notizie dal mondo sono brutte, ti sono vicino”. Pochi minuti dopo, al telefono, una mamma più affannata del solito mi racconta della strage di Tolosa. Ogni sua parola è per me un colpo al cuore.

Non ho mai ostentato in nessun modo la mia ebraicità, ho sempre ammesso di essere ebrea con un sorriso, insinuandomi tra le frasi altrui con estrema delicatezza, per paura di suscitare una reazione che potesse rompere quel fragile equilibrio che si crea nelle conversazioni tra conoscenti. La mia appartenenza è sempre stata ed è tuttora per me motivo di gioia.

Quando ero più piccola mai avrei pensato di poter essere considerata peggiore solo perché di venerdì accendevo le candele e recitavo il Kiddush, festeggiavo Rosh Hashanah, Hannukah e Pesach e ogni tanto andavo in Sinagoga stringendo forte la mano di mio padre, per la tanta paura che avevo di perdermi.

La mia ingenuità è stata spezzata un qualsiasi pomeriggio di autunno, uno di quei grigi ed insignificanti pomeriggi che poteva rimanere tale, e che invece cambiò le mie percezioni da allora fino ad oggi e così per sempre. Ero ancora alle elementari e durante un consiglio di classe mio padre si lamentava di uno tra i tanti problemi della scuola. Il padre di una mia compagna, forse in totale disaccordo circa la lamentela in questione, si domandò a voce alta per quale dannato motivo il signor Gomel fosse ancora vivo, non li avevano bruciati tutti gli ebrei? E’ così che ho conosciuto lo scherno, la perfidia e l’ironia di cattivo gusto, una tiritera continua nella mie pure e giovani orecchie. L’appendice era sempre “non te la prenderai mica, si scherza”, appendice che permetteva a chi mi scherniva di sentirsi meno in colpa. Tuttavia la gente ha mostrato spesso interesse nei confronti della mia cultura ed io ho sempre risposto con piacere alle innocenti domande di chi non sa ed ha voglia di sapere.

Il giorno in cui sono venuto a conoscenza degli eventi di Tolosa ero in campo scuola con la mia classe. Prima di allora, quasi mai avevo percepito ostilità da parte dei miei stessi compagni, anzi, apertura e curiosità. Tra i corridoi, in assemblea, continuo a sentire parole importanti come antifascismo, lotta contro ogni forma di discriminazione, di razzismo. Ben volentieri ho creduto che queste parole corrispondessero e troppo spesso io stessa non ho voluto vedere fatti che reclamavano la mia indignazione e non l’hanno ottenuta. Tutti siamo bravi a parlare, a giocare alla rivoluzione, siamo apparentemente così impegnati, interessati alle sofferenze altrui (vedi il caso Kony 2012 che ha ottenuto l’attenzione e le promesse di tanti ragazzi annoiati), ma quando si tratta del nostro piccolo, di ciò che succede intorno a noi, improvvisamente la foga sparisce e lascia il posto all’indifferenza.

Nel momento in cui un ebreo viene insultato, un rom deriso, vorrei avere mille occhi per vedere le reazioni di ognuno dei nostri bravi e carismatici oratori. Purtroppo ne ho solo due, di cui uno non funziona neanche troppo bene, e attraverso questi ho percepito freddezza nei miei confronti e poche sparute reazioni.

Mentre visitavamo il quartiere ebraico di Toledo, lo stesso compagno che solo un giorno prima affermava che “se gli ebrei sono intellettuali è perché nei campi di sterminio hanno avuto tempo per studiare”, era dietro di me in compagnia di molti altri e rideva dichiarando di essere in territorio nemico. Avanti così per tanto, troppo tempo. Assicuratosi l’ilarità generale e quindi forte dell’appoggio comune, il compiaciuto ragazzo non smetteva né aveva voglia di farlo. La mia fuga e le mie lacrime hanno impedito che il mio cuore scoppiasse e che io stessa impazzissi. Se non gli amici più vicini, nessuno ha osato parlarmi. La risposta alle mie lacrime è stata la stessa in forme diverse: “lascia perdere”, “che palle”, “non fare la vittima”.

Oltre all’episodio in se, che mostra dalla parte dell’interessato una mancanza di sensibilità oltre che una forte ignoranza, ho trovato ancor più sgradevole la non reazione dei miei compagni. Per loro è stato più semplice ridere, stare al gioco, hanno scelto la via più facile per loro stessi, ma la più dolorosa e faticosa per me. Io non sono diversa da loro e merito di percorrere la stessa identica strada.

La lotta contro ogni fascismo e razzismo deve essere una scelta consapevole. Ho sempre pensato che ogni forma di coinvolgimento implicasse una scelta, il non intervento di fronte a fatti del genere vuol dire sostenere colui che discrimina ed offende. Solo pochi giorni prima di partire ho seguito un collettivo più partecipato del solito in cui abbiamo parlato degli episodi del Righi e della lotta al fascismo.

Ci siamo chiesti quale fosse il modo di buttare giù il muro di indifferenza che spesso si crea in questa situazioni, come nel mio caso, ed ancora quale fosse il modo di far arrivare un messaggio senza che finisse cestinato come una comune cartaccia. Io penso che si possa iniziare da semplici piccole cose della vita di tutti i giorni.

All’inizio di questo articolo ho voluto inserire la poesia di Martin Niemoller perché credo che rappresenti alla perfezione, in poche righe, ciò che cerco di esprimere con le mie parole.

Finché l’insulto non si rivolge direttamente a te è difficile comprendere. A Toledo, al posto della parola “ebrea”, purtroppo intesa come insulto, poteva esserci il nome di qualsiasi studente, Giulio, Marco, Anna e molto altri ancora.

Rubrica “I giovani di Beth Hillel” – Sacchi a pelo per i bisognosi

di Lea, Rebecca, Amira e Vanessa

 

Beth Hillel si è associata con JNRC (Joel Nahuma Refugee Center, http://jnrc.it/) per rispondere in modo operativo all'esigenza primaria di fornire ai rifugiati presenti a Roma sacchi a pelo per sopportare queste fredde nottate; le quattro ragazze del corso di Bat Mitzvah hanno attivato un progetto a riguardo, di seguito il loro testo.

 

Tikkun Olam è riparare il mondo e aiutare le persone bisognose è riparare il mondo.

Quasi sempre la gente lo fa dando dei soldi a delle associazioni, oppure regalando oggetti e cibo. Noi quattro ragazze, del corso di Bat Mitzva, abbiamo deciso di aiutare un gruppo di circa 40 immigrati. Loro passano le giornate in un centro che si trova sotto ad una chiesa anglicana, a via Nazionale a Roma, mentre la notte la passano fuori al freddo senza un posto fisso. È per questo che noi abbiamo deciso di distribuire fra di loro dei sacchi a pelo, in modo che abbiano un mezzo per dormire al caldo la notte. Le loro giornate tipo sono: sveglia, arrivo al centro e colazione, distribuzione dei vestiti tutti raccolti in una stanza, poi possono decidere se andare a fare lezione di inglese, di italiano o di chitarra oppure fare arte o cucire per trovarsi da soli i propri vestiti. In quel centro ci sono un sacco di stanze per cui è possibile fare un sacco di cose per imparare a vivere in uno Stato. C'è persino una stanza con la televisione ed una con dei divanetti su cui sedersi. Forse la cosa che ci ha sorprese di più è la loro organizzazione e la loro voglia di entrare a far parte di una nazione come l'Italia. Lì abbiamo incontrato uno degli immigrati, che ci ha spiegato tutto questo. Ci ha pure raccontato la sua storia: è nato in Afghanistan ed è venuto in Italia due anni fa. Qui ha imparato l'italiano e dapprima ha raccolto dei soldi facendo il pulitore di vetri poi ha iniziato a lavorare in questo centro insieme ad altri volontari di diverse scuole.

Noi ragazze abbiamo cominciato a distribuire i sacchi a pelo perché abbiamo raccolto i soldi donati dai membri di Beth Hillel ed abbiamo raggiunto l'obiettivo che era di 11 sacchi a pelo. 11 persone adesso dormono la notte al caldo e con questo freddo e la neve ne avevano proprio bisogno. Siamo felicissime di fare TikkunOlam perché sappiamo che è per una buona causa e non vediamo l'ora di continuare.

Rubrica “Approfondimenti”– Il libro di Ruth, stranieri e profughi di oggi e di ieri

di Giorgio Gomel

 

Il libro di Ruth – lettura abituale nei giorni di Shavuot -  evoca il tema dello straniero, del profugo dalla povertà, dalla fame, dall’oppressione. Noemi è profuga, abbandona la Giudea e trova accoglienza in terra di Moab. Nel ritorno dall’esilio, Ruth la segue; anch’essa è ora profuga dalla sua terra, ma pur straniera è accolta e ospitata in Giudea.

Gli ebrei della Diaspora, che vivono oggi quasi esclusivamente in società occidentali, sono parte della classe media; ne riflettono valori e comportamenti conservatori; appartengono socialmente ai ceti “vincenti”. Si è sopita in larga parte la carica rivoluzionaria dell’ebreo diasporico della prima metà del Novecento.  Gli stessi valori universalistici, così forti nella tradizione ebraica, della difesa dei deboli, della dignità dello straniero sono distanti. Il mondo ebraico -  noi stessi come individui, come collettività e nelle nostre istituzioni -  appare per lo più indifferente alle minoranze diseredate degli immigrati, dei profughi.  Eppure dovremmo essere, noi ebrei, in quanto portatori di memoria, particolarmente sensibili a fenomeni di esclusione, razzismo e violenza, per la nostra stessa   esperienza esistenziale di profughi.

Le navi che affondano oggi nel Mediterraneo   nel tentativo di giungere alle sponde dell’Europa  evocano assonanze emotive con la nostra storia : ci ricordano  gli  ebrei fuggiaschi dall’Europa sul finire degli anni ’30 che  cercavano di trovare rifugio dalla furia antisemita in altri paesi dell’Europa e del mondo o le navi cariche di sopravvissuti alla Shoà che nel 1946-47 varcavano il Mediterraneo cercando di giungere in Palestina e  ne venivano respinte e i profughi internati dagli inglesi in campi di prigionia, a Cipro o altrove.

Ricordiamo qualche dettaglio di quella storia dolorosa di di 70-80 anni fa.

Con l’esplodere della persecuzione antiebraica in Germania e l’inasprirsi nei paesi dell’Europa orientale (Ungheria, Polonia, Romania) di leggi e prassi antisemite, il mondo “civile” faticò a reagire. Ovunque gravava il pregiudizio antisemita, l’ostilità o l’indifferenza allo straniero. “La barca è piena” – affermavano i governi e le opinioni pubbliche. Nel 1935 gli Stati Uniti ammisero circa 6 mila emigranti ebrei dall’Europa, l’Argentina circa 3 mila, il Brasile 2 mila. Più generosi furono paesi dell’Europa occidentale: la Francia circa 35 mila, il Belgio 25 mila, l’Olanda 20 mila.

In Palestina, sotto il mandato britannico, trovarono rifugio nel triennio 1933-35 circa 130.000 ebrei (vedi Walter Laqueur, A History of Zionism, New York, 1972).

Nel 1938 si svolse per impulso di Roosevelt una conferenza ad Evian (Francia) circa lo status dei rifugiati ebrei. Vi parteciparono oltre 30 paesi. Ma il numero di profughi ebrei ammessi in quei paesi restò molto limitato. Nei documenti ufficiali della Conferenza si giustificò la decisione motivandola con la disoccupazione e le difficoltà economico-sociali nei paesi riceventi, l’ordine pubblico, ecc. Gli inglesi rifiutarono di discutere nella Conferenza di immigrazione ebraica verso la Palestina e nel 1939 pubblicarono il Libro Bianco, che cedendo all’opposizione araba e ai timori di un consolidarsi del movimento sionista, limitava il numero di emigranti ebrei a 10 mila all’anno per cinque anni, per poi porvi fine. Anche negli anni precedenti segnati dal crescere della violenza antiebraica in Europa il numero di immigrati ebrei ammessi dalle autorità britanniche andò decrescendo: furono 60 mila nel ’35, 30 mila nel ’36, 10 mila nel ’37, 13 mila nel ’38 e poco di più nel ’39. Rivelatore di quel clima è il testo di una risposta del Segretario alle Colonie Mac Donald ad un’interrogazione alla Camera dei Comuni dell’aprile 1939, così come riportata da Arthur Koestler   (Ladri nella notte, Mondadori,1971, p. 242) :  “ a 1220 immigranti clandestini è stato impedito lo sbarco in Palestina …il 21 marzo 269 ebrei del piroscafo Assandu hanno ricevuto l’ordine di ripartire per Costanza, Romania, il loro porto di imbarco. A 710 ebrei di cui 698 tedeschi, è stato proibito di sbarcare dal piroscafo Astir e ordinato di tornare donde erano venuti. … Al Segretario è stato chiesto se avendo i profughi ebrei atrocemente sofferto fossero stati rimpatriati.Il signor Mac Donald ha detto che essi sono stati rimandati ai rispettivi porti di imbarco. Allora l’interrogante: ai campi di concentramento forse? e MacDonald: La responsabilità ricade su coloro che sono responsabili di avere organizzato l’immigrazione clandestina…”

Anche dopo lo scoppio del conflitto in Europa appena 20 mila ebrei trovarono asilo negli Stati Uniti per l’azione risoluta soprattutto dei volontari dell’Emergency Rescue Commitee nella Francia occupata. Le ragioni di tale inerzia furono molteplici: l’antisemitismo, l’opposizione ideologica all’immigrazione, il silenzio delle chiese cristiane, la stessa riluttanza degli organismi ebraici americani ad esercitare pressioni sul governo per il timore di esacerbare l’ostilità antisemita e perché era prioritaria fra i sionisti la battaglia per la futura creazione di uno stato ebraico (vedi David Wyman, The abandonment of the Jews: America and the Holocaust, New York, 1984).

Due le vicende più note dalla memorialistica di quegli anni: lo Struma e il St. Louis.

In Romania masse di ebrei, fuggendo all’assassinio di massa organizzato dallo stato e dalle miliziefasciste delle Guardie di ferro, cercavano di varcare il mar Nero verso la Turchia e di lì la Palestina. Molte navi affondarono. Lo Struma salpò da Costanza nel dicembre ’41 con circa 800 persone. Giunto a Istanbul, stante il rifiuto del governo britannico di concedere visti di entrata in Palestina, fu costretto dopo un’attesa di 70 giorni nel porto turco a ripartire verso il Mar Nero dove fu affondato da un siluro, la cui identità non fu mai individuata con certezza. Un solo passeggero trovò scampo.

Il St. Louis salpò nel maggio ’39 dalla Germania con un carico di 900 ebrei tedeschi diretti a Cuba. Giunto all’Avana, dopo mille peripezie ed estenuanti trattative fra il governo cubano e l’American Joint Distribution Committee, fu costretto a lasciare Cuba e a ritornare in Europa. Alcuni dei profughi furono accolti in Olanda, Belgio, Francia e Gran Bretagna. Altri rimpatriati a forza nella Germania hitleriana.

La questione dell’immigrazione oggi verso l’Europa dai paesi del Medio Oriente e dell’Africa travagliati dalle guerre e dalla miseria è complicata. Le soluzioni non sono semplici, fra gli estremi dell’utopismo della “buona volontà” e della stupidità xenofoba.  Ma la storia ebraica recente può essere di utile pedagogia rispetto all’egoismo e all’indifferenza.

 

Rubrica “Notizie dal mondo” – Sulla convivenza pacifica tra osservanti e laici nell’ebraismo

di Giorgio Gomel

 

I – Premesse

Il convivere di tanti modi di essere ebrei, di riconoscersi come tali, di vivere l’identità ebraica è un valore essenziale che ha consentito agli ebrei, aggregatisi in comunità, di preservare una loro unità di gruppo nella storia. L’esistenza di identità multiple è stata elemento caratteristico dell’ebraismo. Fino all’Ottocento la distinzione era geografica (sefarditi vs. ashkenaziti) e ideologica (chassidim vs. mitnagdim; tradizionalisti vs. modernizzanti; ortodossi vs. riformati). Dall’inizio del Novecento il conflitto di identità ha contrapposto da un lato religiosi e “laici”; dall’altro sionisti e antisionisti - questi ultimi, un universo eterogeneo, dagli ortodossi ai bundisti ai comunisti. Dopo il 1948, si è affermata una bipolarità: Diaspora e Israele. Con la nascita di Israele, l’identità ebraica è diventata una “trinità”: quella politico-nazionale-territoriale (in Israele); quella religiosa-diasporica; quella di ebrei che tendono ad integrarsi in società occidentali che si evolvono pur con fatica verso forme multiculturali, alla cui vita civile e politica essi partecipano, e che mantengono legami affettivo-culturali di appartenenza all’ebraismo e di vicinanza con la terra e lo stato di Israele.

Ci sono stati invero rotture e scismi nella storia dell’ebraismo, ma il pluralismo ha prevalso. Oggi la minaccia di una frattura che divida gravemente il mondo ebraico viene dall’affermarsi di un’ideologia integralista: si affermano idee per cui solo l’ortodossia “pura e dura” è vero ebraismo, mentre gli altri – i non ortodossi – non hanno uguale diritto all’appartenenza, perché assimilati, o quasi transfughi dall’ebraismo. Dobbiamo invece affermare un ideale di rispetto reciproco, di apertura e accoglienza delle comunità, di unità, non di chiusura e di esclusione. Affermare una pratica di dialogo, non nel senso di dissolvere le differenze di opinione che vi sono fra ebrei, ma di saperle confrontare e dibattere.

L’ortodossia è minoranza nell’ebraismo mondiale: il che fare dei “non ortodossi” e degli ebrei laici – “chilonim o chofshim” – che ne sono maggioranza, e che vogliono tuttavia appartenere all’ebraismo, è quindi esigenza fondamentale.

Gli ortodossi vantano un loro primato, un merito esclusivo: quello di trasmettere l’ebraismo nelle generazioni, di preservare la continuità della norma e della prassi. Questo è vero storicamente, o no? E’ controvertibile. Un nostro limite – quello di ebrei non osservanti, – è il conferire implicitamente agli altri – ortodossi, difensori della tradizione – la delega di rappresentare e preservare l’ebraismo, un ebraismo pieno, totalizzante. Noi ne esprimiamo una parte, e con modestia e quasi soggezione, consapevoli di questa nostra limitatezza, accettiamo di essere subalterni: loro sono gli ebrei a pieno tempo, a tutto corpo, noi degli ebrei limitati.

Siamo dominati oggi dalla paura. Gli ortodossi hanno paura dell’assimilazione, della scomparsa della particolarità ebraica in una società che tutto annulla e omologa, anche se la nozione di assimilazione è impropria perché oggi la spinta non è tanto a negare la propria identità ebraica quanto ad affermarla nello scambio con il mondo non ebraico.

I non osservanti hanno paura dell’indurirsi dell’ortodossia, fino alla perdita della libertà, del diritto ad essere riconosciuti come ebrei a pieno titolo. Queste paure, se non vinte, renderanno il dialogo via via più difficile.

Nel matrimonio misto c’è una dualità fra le scelte individuali e le esigenze della comunità, ma non lo si può dipingere come una patologia maligna, un passaggio ineluttabile all’assimilazione, alla negazione dell’ebraismo. In alcuni casi esso porta al nucleo ebraico ebrei nuovi e consapevoli di esserlo quando il partner non ebreo vuole unirsi in qualche modo alla religione o al popolo ebraico o comunque chiede al partner ebreo un impegno più cosciente nel trasmettere cultura ebraica ai figli. Più che una causa, il matrimonio misto è un effetto della crisi dell’ebraismo come osservanza dei precetti nelle società contemporanee, in cui la religione non è più dominante come regola di vita e le stesse differenze fra le religioni tendono ad attenuarsi.

Un po’ di senso concreto della storia e della demografia ci deve indurre ad attribuire valore preminente alla continuità, alla sopravvivenza di un ebraismo esiguo come quello italiano, invece di rischiare di ridurlo ai pochi depositari “puri e duri” dell’ortodossia. Ebreo non è tanto chi è figlio di madre o di padre ebreo, fra i quali personalmente io non distinguo, ma – come notò alcuni anni fa Jonathan Sacks, rabbino capo di Inghilterra – chi avrà nipoti ebrei, chi sarà stato capace di trasmettere i valori positivi dell’ebraismo, di mantenere la sua capacità di attrarre le generazioni future.

II – Il che fare in Italia oggi

La questione per noi che affermiamo l’esistenza di modi plurimi di vivere la propria identità ebraica e crediamo nell’apertura e nel dialogo con coloro che sono “ebrei lontani” o “marginali” è quanto essere inclusivi.

Si può accettare la definizione proposta dall’ebraismo laico e umanista per cui “Ebreo è persona di nascita ebraica o chiunque si dichiari ebreo e si identifichi con la storia, i valori etici, la cultura, la civiltà, la comunità e il destino del popolo ebraico”?  E’ troppo inclusiva?

A me sembra che il discrimine per essere ebreo sia il riconoscersi nella continuità storica e culturale dell’ebraismo, come popolo, non come religione.

La questione è se vi debba essere un atto formale che sancisca il passaggio dalla condizione di non ebreo a quella di ebreo. Se sì, quali possono essere le modalità?  1) una conversione ortodossa automatica per tutti coloro che lo richiedono; 2) l’accettazione di conversioni effettuate anche da “riformati” o “conservative”; 3) l’accettazione come membro della comunità ebraica di chiunque lo desideri, manifestando così il proposito di essere parte del popolo ebraico, in analogia con quanto accade in Israele secondo la “legge del ritorno”.

Le soluzioni 2 e 3 darebbero luogo a comunità separate o categorie distinte di ebrei – quelli accettati come tali da tutti e quelli non. La soluzione 1 sarebbe idealmente preferibile proprio perché garantirebbe l’unità del popolo ebraico, ma è osteggiata dagli ortodossi.

Ritengo che sia necessario un gentlemen’s agreement, un patto di convivenza pacifica tra gli ebrei italiani, religiosi e laici, osservanti e non, ortodossi e riformati, che tenga conto della pluralità delle realtà ebraiche in Italia, anche per effetto della globalizzazione, delle migrazioni, della sprovincializzazione di un ebraismo italiano finalmente più esposto al mondo e variegato.

Il gentlemen’s agreement dovrebbe tradursi nella trasformazione delle Comunità e dell’UCEI, non in una federazione di congregazioni o confessioni ebraiche (difficile da realizzarsi per la scarsità numerica degli ebrei italiani, per il complesso sistema delle Intese con lo Stato, nonché perché ne sarebbero esclusi gli ebrei laici), ma in una “casa comune” degli ebrei residenti nel territorio.

L’UCEI potrebbe includere, accanto alle comunità tradizionali, anche associazioni, aggregazioni, gruppi, senza pertanto sconvolgere il suo Statuto e le Intese con lo Stato; queste associazioni o gruppi potrebbero a loro volta strutturarsi localmente in rapporto con le comunità oppure autogestirsi.

Rubrica “Notizie dal Mondo” – Molestie sessuali e la legge ebraica dello yichud

di David N. Levy

 

La dichiarazione più recente di principi fondamentali da parte dell'unione dei rabbini riformati americani (Pittsburgh, 1999) invita gli ebrei riformati a studiare "tutte le mitzvot" tradizionali e di osservare "quelle che ci parlano come individui e come comunità"; aggiunge che mentre alcune mitzvot sono state sempre osservate da ebrei riformati, "altre, sia antiche che moderne, esigono una rinnovata attenzione a causa del contesto particolare dei nostri tempi." 

Queste parole ben precise non vogliono obbligarci a seguire la halachah (le leggi e costumi tradizionali), bensì invitarci a considerarla seriamente.  Ma persino questo invito va contro la nostra inclinazione, in quanto ebrei riformati, di guardare la halachah (se la guardiamo affatto) come una sorta di prigione dalla quale siamo lietamente scappati.  La halachah, in quanto pretende di regolare tutti gli aspetti della vita, ci appare opprimente, in pieno contrasto con la sacrosanta libertà individuale.  In fondo siamo convinti che l'ebraismo ci può trasmettere o rafforzare un'etica, ma che noi illuminati moderni, per essere buoni, non abbiamo né voglia né bisogno di una legge.

Ma siamo sicuri che l'etica può prevalere quando non sostenuta da leggi e costumi?  Siamo sicuri, oggi, di essere così buoni?  Le virtù stanno diventando più comuni, i vizi più rari?  Si potrebbe avere dei dubbi.  Prendiamo un esempio: l'ondata recente di accuse di molestie sessuali da parte di uomini (fra i quali alcuni ebrei) fra i più rispettati e onorati nelle nostre società.  Questa vicenda, che difficilmente si concilia con l'idea del progresso morale, non avrebbe sorpreso i nostri maestri, secondo i quali l'inclinazione al male (yetzerharà) negli esseri umani era fortissima e ineliminabile e quindi richiedeva un controllo rigoroso e continuo. 

Questo loro principio si applicava in particolare ai desideri sessuali.  Afferma Maimonide nel Mishneh torah (il suo autorevole codice di halachah) che "in tutta la Torah non c'è niente più difficile, per la maggior parte del popolo, dell'astenersi dai rapporti sessuali proibiti" (hilchot issurei biah [da ora in poi H.I.B.; per una traduzione in inglese, vedi www.chabad.org] 22:18).  La risposta tradizionale al problema messo in luce da Maimonide è, in parte, la proibizione dello yichud ("incontro privato", parola collegata ad echad, "uno"), cioè la proibizione di stare nel privato con una persona dell'altro sesso che non è né coniuge né parente stretto. (Non entro qui nei dettagli di questa proibizione e nelle sue eccezioni.)

Il motivo della proibizione è semplice: lo yichud porta alla trasgressione (H.I.B. 22:1); è anche la sua condicio sine qua non. Si obietterà che questa proibizione è primitiva e estrema, che tratta le persone come se fossero tutte schiavi degli istinti carnali anziché esseri razionali e responsabili.  Maimonide, grande razionalista, certo non nega la capacità umana di agire secondo la ragione, ma conosce anche, forse meglio di noi progressisti, la forza delle passioni che contrastano la ragione.  La razionalità e la padronanza di sé, per la stragrande maggioranza delle persone, reggono solo se sostenute da controlli esterni.  Perfino ad un uomo di fiducia e corretto (ne'emanvekasher), afferma la halachah, non si dà l'incarica di fare la guardia ad un cortile abitato da donne, perché "non esiste un guardiano per le relazioni sessuali proibite" (H.I.B. 22:15).  Ognuno è soggetto alla tentazione. 

E' chiaro che la proibizione dello yichud non è una garanzia di comportamenti virtuosi; l'audacia e la furberia a volte riusciranno ad aggirarla (vedi per esempio il caso del rabbino ortodosso a Tzfat condannato recentemente per ripetute molestie sessuali).  Piuttosto, questa mitzvah intende essere un impedimento ai cattivi e un aiuto ai deboli.   Una soluzione più completa richiede un passo ulteriore, ovvero lo studio continuo della torah e della saggezza (o della scienza, chochmah), "perché il pensiero dei rapporti proibiti non prevale se non nel cuore che è vuoto di saggezza" (H.I.B. 22:21). 

Noi ebrei riformati, se decidessimo di osservare la mitzvah riguardante lo yichud, non potremmo non interpretarla e applicarla in modo un po' diverso dagli ortodossi.  Per esempio, visto che alle nostre comunità gli omosessuali partecipano con pieno diritto, dovremmo dire, presumibilmente, che mentre una persona eterosessuale dovrebbe evitare di stare nel privato con una persona del sesso opposto, per un omosessuale la proibizione riguarda una persona dello stesso sesso.  E ci sono altri dettagli che andrebbero rivalutati alla luce delle circostanze moderne.  Ma il principio di base sembra esigere una nostra rinnovata attenzione.

Rubrica “News da Beth Hillel” – Accordo con Kahal

di Fabio Benjamin Fantini

 

Beth Hillel ha siglato un importante accordo con KAHAL, una organizzazione internazionale che facilita l’inserimento di studenti stranieri nelle comunità ebraiche locali.

Roma è tra le più importanti destinazioni per programmi di studio all’estero e Beth Hillel diviene la loro comunità temporanea di riferimento, con la finalità di fare loro vivere una esperienza ebraica a Roma, creare nuovi vincoli di amicizia, rafforzando allo stesso tempo il profilo internazionale di Beth Hillel.

Per maggiori informazioni rivolgersi a Fabio Benjamin Fantini.

 

Rubrica “News da Beth Hillel” – Gemellaggio tra Beth Hillel e Gil - Communauté Libérale de Genève

di Fabio Benjamin Fantini

 

Il Board della Comunità Gil -Communauté Libérale de Genève- una delle più prestigiose comunità ebraiche Reform in Europa, ha approvato la nostra richiesta di gemellaggio che era stata veicolata da Micheal Reik, della World Union for Progressive Judaism. Come conseguenza, sono intanto iniziati i primi colloqui con Mario Castelnovo membro del Board di Gil e responsabile del gemellaggio da parte Svizzera.

Fabio Benjamin Fantini, Vice Presidente e Responsabile delle Relazioni Internazionali, stilerà a breve assieme al Presidente di Gil, Alex Dembitz, l’accordo di cooperazione.

Gil, fondata nel 1970, è una comunità molto attiva nel movimento Reform Europeo, con una membership che supera le 1000 persone. La comunità è diretta da Francois Garai, noto esponente religioso Reform e tra i fondatori di Gil.

Per più informazioni:

https://www.gil.ch/

mar, aprile 24 2018 9 Iyàr 5778