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Newsletter Volume 1 - 25 Kislev 5778

Lettera dal nostro presidente

Cari amici

Rubo un po' di spazio a Yonah solamente per congratularmi con questo nuovo progetto "La Newsletter di Beth Hillel".

Tante sono le definizioni di comunità, ma una mi piace più di tutte ed è "camminare insieme". E quando si cammina insieme si parla insieme.

A Beth Hillel ci sono tante persone che hanno deciso di camminare insieme. Con "La Newsletter di Beth Hillel" noi parleremo insieme. Le strutture di Beth Hillel dialogheranno con i membri della comunità ed i membri di Beth Hillel parleranno con tutti gli altri membri.

La parola è per noi Ebrei un atto di importanza fondamentale.

Il mondo tutto è cominciato con Una Parola di Hashem.

Diamo il benvenuto a "La Newsletter di Beth Hillel", perchè sia un altro modo per continuare ad essere e comportarci da Ebrei.

Grazie”

Stefano Ridolfi.

Rubrica “News da Beth Hillel”

La nuova luce su Roma

di Fabrizio Yonah Negroni

 

Ringrazio il nostro Presidente per la sua lettera introduttiva, l’energia, l’impegno e l’entusiasmo che sta mettendo nello sviluppo della nostra comunità non può che essere per noi tutti, iscritti e membri del consiglio, orgoglio che si trasforma in motivazione.

Il 25 di Kislev ha avuto inizio la festa di Chanukah ed il primo numero della nostra prima Newsletter sta uscendo esattamente in queste giornate, una nuova luce su Roma è quindi arrivata e proprio nel momento giusto.

Abbiamo deciso di strutturare questa attività, che avrà un’uscita bimestrale, per consentire a tutti i nostri membri, amici ed iscritti di poter vivere a pieno la nostra comunità attraverso le nostre storie, le notizie dal mondo e qualche curiosità.

Pensiamoci bene, in fondo Beth Hillel è una pagina vuota ancora tutta da scrivere, questo è stato il sentimento di tutti coloro che hanno ritenuto che fosse giusto creare la prima comunità ebraica riformata di Roma.

Il concetto di prima volta è emerso diverse volte nel corso di questi ultimi anni in tutti coloro che hanno dovuto cercare una prima sede, trovare un primo rabbino o semplicemente inventarsi un primo posto dove poter festeggiare insieme Pesach, la festa della nostra libertà.

Libertà, questa è forse stata la parola chiave per tutti coloro che sono stati spinti e che sono oggi determinati nel continuare questo cammino riformato.

Partendo da concetti più grandi di libertà, come poter amare una persona che non è della tua stessa religione o dello stesso sesso, fino ad arrivare a concetti meno “ampi” ma profondamente significativi per alcuni, come il poter vedere una tua sorella rispondere ad una chiamata al Sefer.

E quindi eccoci qui, giovani e meno giovani, famiglie e single, coppie miste e coppie gay, tutti insieme spinti da questa enorme voglia di poter essere liberi senza dover per forza identificarci in un solo colore, senza dover per forza rinunciare ad essere noi stessi e senza doverci vergognare nel volerlo affermare.

In Beth Hillel abbiamo persone laiche e religiose, ebrei secolari ed ebrei per scelta, italiani e stranieri, una galassia di uomini e donne le cui culture ed estrazioni possono a volte essere molto diverse tra di loro ma che sono sorrette da un unico comun denominatore, il voler vivere la propria ebraicità senza doversi per forza assimilare.

La comunità ebraica riformata Beth Hillel, a Roma, vuole essere la risposta e la sfida a queste esigenze umane ed umanitarie.

Per questa prima uscita pensiamo che sia più giusto lasciare a voi cari membri, amici ed associati, il compito di scrivere e riempire nel futuro questa pagina bianca, giorno per giorno, mese per mese, anno dopo anno,migliorandoci sempre di più.

Rubrica “News da Beth Hillel” 

“A trent’anni dall’Intesa, l'Unione si apra a tutti gli ebrei”

Intervista a Pamela Harris

a cura di Federico Ariel D’Agostino

 

“A trent’anni dall’Intesa, l'Unione si apra a tutti gli ebrei”

Con la nascita della FIEP, Federazione Italiana per l'Ebraismo Progressivo, per la prima volta dalla stipula dell'Intesa fra Stato e religione ebraica si pone concretamente la questione dello status dell'ebraismo non ortodosso in Italia. Abbiamo sentito il parere di Pamela Harris, giurista.

Pamela Harris è docente di Diritto presso la John Cabot University e membro del consiglio direttivo di Beth Hillel Roma. Ha contribuito alla stesura della voce “Confessioni religiose” dell'Enciclopedia Treccani.

Pamela, di recente hai avuto occasione di porre la questione pubblicamente

Sì, ho assistito con Franca Coen e Joyce Bigio alla conferenza organizzata dall’UCEI per celebrare il trentennale  dell'Intesa fra lo Stato e l’ebraismo, lo scorso 3 dicembre al Pitigliani. Così ho potuto dire qualche parola sul significato dell'Intesa oggi. Del panel facevano parte importanti giuristi: Francesco Margiotta Broglio, Dario Tedeschi, Giorgio Sacerdoti, con il vicepresidente dell’UCEI Giulio Disegni e un esperto accademico in legge canonica, Roberto Mazzola. Io ho messo in evidenza che l'Intesa incarica le comunità locali e l'Unione di proteggere e di rappresentare gli interessi di tutti gli ebrei in Italia, ma poi definisce la missione dell'UCEI come legata a una singola tradizione ebraica.

L'ebraismo progressivo si può considerare parte di tale, unica tradizione?

Perfino 30 anni fa gli ebrei italiani venivano da tradizioni differenti. Ora in Italia si sta consolidando anche un ebraismo progressivo. Non era però quello il momento per entrare in un dibattito sulla questione se questo modo di vivere l’ebraismo faccia parte della tradizione italiana o se ne costituisca un’altra. Esiste. Comprende ebrei iscritti anche alle Comunità. Comprende stranieri. Comprende famiglie miste, convertiti, persone che non si ritrovano per un motivo o un altro nella tradizione delle Comunità. Sono ebrei che vogliono che i loro figli e nipoti crescano come ebrei, con una cultura e un’identità ebraica. E vogliono che l’ebraismo sia una forza culturale vitale e una voce etica nella società italiana. Che l'ebraismo progressivo faccia o meno parte della specifica tradizione italiana, io ho chiesto, prendendo spunto da un passo del testamento spirituale di rav Laras z”l, se l’UCEI sarà in grado di includere anche noi.

Come è stato accolto il tuo intervento?

La risposta è stata non solo rispettosa ma perfino positiva: molti hanno applaudito. Nel corso della discussione che ne è seguita, altri sono intervenuti per suggerire che l'UCEI ripensi la definizione territoriale delle sue Comunità costituenti e per invitare a un percorso di riflessione alla luce delle lacune nel sistema attuale. Alla fine, è sembrata maggioritaria l'opinione che l'UCEI debba almeno aprire una discussione su come definire se stessa in relazione alle molte tradizioni ebraiche presenti in Italia.

Rubrica “News da Beth Hillel”  

La scuola è operativa!

di David Levy

 

Un anno fa la scuola per bambini di Beth Hillel non esisteva, oggi finalmente siamo operativi con ben 17 bambini abbonati, un numero importante per una realtà piccola ed appena nata come la nostra.

Due volte al mese, si svolgono lezioni di ebraismo e di lingua ebraica per bambini di 5-13 anni, in più, c'è una classe di preparazione al bat/bar mitzvà e ricordiamoci che a Roma è solo Beth Hillel a garantire alle ragazze di poter fare un bat-mitzvà uguale al bar-mitzvà dei loro coetanei maschi.

In materia di ebraismo i bambini studiano le feste, lo shabbat, le regole della kasherut, l’etica e le mitzvot, la Torah e Midrashim, riuscendo ad unire il rispetto per la nostra antica tradizione ai principi dell'ebraismo riformato/liberale. 

Le classi sono divise sia in base all’età che, per quanto riguarda l’insegnamento della lingua ebraica, anche per livello, dai principianti in poi.  Le nostre morot, maestre, sono ben preparate nei loro campi e capaci di entusiasmare costantemente i bambini.  Un altro aspetto importante è che l'insegnante principale di ebraico è madrelingua, sappiamo tutti quanto questo sia cruciale per un più facile e veloce apprendimento. 

Il tutto avviene sempre sotto la guida generale del nostro rabbino, Joel Oseran, vice presidente emerito del World Union di Progressive Judaism, possiamo ritenerci soddisfatti e felici per questa grande partenza, i bambini sono il nostro futuro e la scuola l’elemento cruciale della loro formazione ebraica.

Cogliamo l’occasione per ringraziare chi ci ha supportato, attraverso le donazioni, a realizzare questo sogno, la famiglia Hager e un'altro donatore che ha preferito rimanere anonimo.

Rubrica “I giovani di Beth Hillel” 

Io ed Israele

di Sara Di Francesco

 

Nessuno mi aveva mai detto che, arrivando in Israele per la prima volta avrei sentito di atterrare a casa. Non mi aspettavo né le mie sensazioni, né la reazione degli israeliani ad un’italiana cristiana che visitava Israele solo per turismo. Tutti continuavano a chiedere: “Ma hai parenti qui?” e “Davvero sei venuta solo per turismo?” e via di bocche aperte e braccia larghe.

Gli israeliani: questo popolo che mi ha fatto innamorare tanto da chiedermi se fosse ancora possibile vivere ancora a Roma ed essere felice. Mai lo avevo pensato prima. Io, che a 26 anni – subito dopo la laurea – me ne ero andata di casa per costruire all’estero un futuro sulle mie sole gambe (ingenua e così “abbruzzesemente” testarda) e poi ero tornata perché mi mancava l’aria pesante e umida dell’estate romana. Io: sulla porta di un mini-appartamento con giardino su David HaMelech a pensare che lì ci avrei potuto costruire una nuova vita, vivere in una nuova casa perché continuavo a sentire i brividi ogni volta che mettevo piede dentro le mie ballerine ed uscivo di casa. E, forse, un giorno avrei anche fatto l’abitudine a questa gente così aperta e generosa, che si ostinava ad uscire la sera con le infradito.

Ogni giorno, di quei dieci che la mia amica ed io passammo tra Tel Aviv e Gerusalemme, fu la scoperta di un mondo che avevo visto rappresentato sempre in maniera così distorta ed irreale, nelle nostre notizie. Mi aspettavo di trovare uno Stato arido e militarizzato, vedere tanti ricchi e tanti poveri (ovviamente palestinesi) e tanta disuguaglianza. Ciò che vidi e che mi aprì gli occhi sulla verità e sul mio pregiudizio, fu una società che fa (o cerca di fare) il meglio per tutti i suoi cittadini. Gente che andava e veniva: religiosi, laici, musulmani, ebrei e cristiani, ragazzi e ragazze, giovani e vecchi tutti presi dalle loro vite, ma che condividevano in pace la vita in Israele.

Ci stupimmo e piangemmo tra le mura di Gerusalemme, come ci divertimmo sulle spiagge e per le strade di Tel Aviv. Di Israele, al ritorno, mi rimasero impressi i colori vividi, i rumori costanti, gli odori pungenti e l’incredibile, meraviglioso, purissimo attaccamento alla vita che ogni israeliano ha e riesce a trasmettere a chi gli è affianco.

Rubrica “Notizie dal mondo”

Piccoli Incontri  

di Paolo Ruffini

 

«Non appena la nave sciolse gli ormeggi mi sentii subito in balia delle speciali leggi del mare. […] Perché, come è invisibile l’influsso della luna sulle acque e, come tanti vorrebbero, su tutta l’umana psiche, anche il mare, imperscrutabile, agisce sui passeggeri».

Sto leggendo in questi giorni il libro di Jacob Glatstein Il viaggio di Yash tradotto dalla Giuntina, un poderoso tomo diviso in due parti che racconta il ritorno a Lublino del giovane Jacob, richiamato dalla famiglia appena giunto a New York. Siamo a metà degli anni trenta, tutto sta esplodendo, la vita non sarà più la stessa da quel momento in poi. È un libro bellissimo in cui sguardo soggettivo e Storia tessono la medesima tela, vita ebraica e osservazione smaliziata del mondo tendono a ricomporre un puzzle davvero efficace per le informazioni, deviazioni nella cultura yiddish e afflato personale del protagonista così ansioso di “abbracciare tutto il conoscibile” in una forma ibrida tra finzione e autobiografia, come opportunamente ricorda Ruth R. Wisse nella fondamentale introduzione.

La disputa tra i sostenitori dei fatti e coloro che insistono più sul come si debbano raccontare gli eventi pone questioni non di poco conto, non solo in termini di informazione pura versus il dato esperienziale, ma anche, anzi soprattutto, per il rispetto della verità. Ma anche il concetto di verità è scivoloso. M’appello allora a un passaggio di Rabbi Eliyahu E. Dessler, quando dice: «Dal momento che tutte le cose che pensiamo sono mosse dall’interesse, abbiamo già rinunciato all’imparzialità di partenza? La risposta è che la parzialità non oscura mai interamente la verità anche dopo che l’istinto ha persuaso una persona ad accettare la falsa via come vera, quella stessa persona sa, nel profondo del suo cuore, che la vera via è più vera dell’altra. Accetta la falsità come sostituto della verità, non come verità in s黹. Diciamo che mi sentirei confortato se aggiungessi al passo di Rabbi Dessler uno dei tanti insegnamenti di Rabbi Menachem Mendel Morgenstern, più comunemente conosciuto come il grande rebbe di Kotzk, il quale lapidario ci ricorda che: «Se si seppellisce la menzogna, fiorisce la verit໲.

Sono stato recentemente in Sicilia per un breve viaggio di piacere e per l’occasione ho visitato alcuni luoghi a me sconosciuti. L’isola mi è ormai familiare, credo pure di conoscerla abbastanza bene, ma non ero mai stato a Gibellina né a Erice. Gibellina ospita uno storico festival di arte scenica, dunque soprattutto d’estate è possibile trovarvi spettacoli, appuntamenti legati alle tradizioni e all’artigianato teatrale, nonché ovviamente la possibilità di visitare nello spazio aperto della città nuova (Gibellina vecchia è stata rasa al suolo dal terremoto del Belice nel 1968) le opere di artisti contemporanei che hanno “”ricostruito” un senso civico dello spazio urbano dopo il terremoto. Esiste un museo che ospita parti di vecchie scenografie degli spettacoli storici firmate da grandi artisti, è un grande capannone dove si possono vedere opere di Pomodoro e Burri, tra gli altri. Accanto alla collezione stabile del museo, un altro più piccolo spazio ospita invece mostre temporanee. L’ultima, in ordine di tempo, è stata Trame, un percorso attraverso le culture del Mediterraneo idealmente legato al concetto di trama, macramè, tessitura, riannodo di fili e maglie, quasi a indicare come le diverse culture, e tra queste le diverse esperienze religiose, fossero di fatto una comunanza di differenze ma dialoganti.

Tra i ricami, porcellane e manifattura dell’argento provenienti dai diversi paesi del Maghreb o dal Medioriente, mi ha colpito la presenza di alcuni oggetti di cultura ebraica. Devo anche dire che così come è stata concepita la mostra mi ha lasciato interdetto, forse perché gli oggetti ebraici esposti poco ci azzeccavo con i vari artigianati. Comunque non ho potuto fare a meno di ammirare una Torah della metà del diciannovesimo secolo proveniente dalla Siria, ovviamente uno yad d’argento, la ricostruzione con delle statuine di un matrimonio ebraico con tanto di rabbino e chuppah, un timbro con un maghen David e alcune sete ricamate. A Erice, invece, ho trovato una via Giudaica. Ho chiesto in giro e pochi ricordano di una presenza ebraica da quelle parti. Però attirato dal profumo di un forno, un po’ nascosto dalla via, mi sono imbattuto in un luogo straniante. Ho trovato in Sicilia, a diversi metri sul mare, gli stessi biscotti secchi che possiamo trovare da Boccione in Piazza a Roma, le stesse torte di ricotta, gli stessi mostaccioli. La signora addetta a confezionare pacchetti di biscotti e torte non sa perché da anni imbastisce quei dolci in quel modo, l’ha appreso da sua madre e così sua madre da sua nonna. Ma non sono ebrei. Penso allora al concetto di biografia e di finzione, alla verità come esperienza personale. Forse ho soltanto voluto trovare quello che cercavo.

1) Rabbi Eliyahu E. Dessler, Conquista la verità. Riflessioni sul pensiero ebraico, edizione italiana a cura di Sarah Parenzo, Chish – Israel, p. 164

2) a cura di Daniela Leoni, L’amore per la verità, Marietti, Milano 2011, p. 191

Rubrica “Notizie dal Mondo”

Tre matrimoni (e uno statement) 

a cura di Federico Ariel D’Agostino

 

Può un matrimonio ebraico diventare un atto di protesta? Può, ed è successo lo scorso 3 dicembre a New York, teatro dell'ennesima schermaglia fra la Rabbanut Rashit di Gerusalemme e “the rest of Us”, ovvero gli ebrei liberali che sono la schiacciante maggioranza in America – e in Diaspora. “Join us to support them and the cause of religious freedom and equal rights in Israel. The roar of Mazel Tov will be heard around the world” recitava l'invito diramato da Temple Emanu-El, la più maestosa delle sinagoghe newyorchesi, massiccia mole romanica edificata nel 1845 sulla Quinta strada e frequentata, fra gli altri, dal benemerito ex sindaco della città Michael Bloomberg.

E difatti ad accogliere un pubblico di 1.500 persone si sono presentati importanti rabbini Reform e Conservative – incluso Rick Jacobs, presidente della Union for Reform Judaism. Sotto la chuppah tre coppie di ebrei, tutti cittadini israeliani, rappresentanti di tre categorie cui in patria è precluso il matrimonio. Quali? È presto detto.

Una delle spose fa parte di quelle centinaia di migliaia di ‘olim dalla Russia che pur avendo ricevuto la cittadinanza non sono riconosciuti come ebrei dal rabbinato israeliano perché restii a confermare il loro ebraismo secondo le regole dell'ortodossia.

La seconda si è innamorata di un'altra donna, con cui vuole formare una famiglia ebraica.

La terza si rifiuta di prendere parte a una cerimonia in cui il marito “acquisce” la moglie (kinyan), secondo la formulazione ortodossa di matrimonio che è l'unica convalidata dalla Rabbanut.

Presente alla cerimonia, Anat Hoffman, leader storica delle Nashot haKotel (Women of the Wall) ha così commentato: “vedersi impedito l'accesso al Kotel e vedersi impedito di sposarsi sono entrambi esempi di come ci si possa far sentire ebrei di seconda classe”.

 Fonte: https://vimeo.com/244687923

Rubrica “Notizie dal Mondo” 

Stracotto addio. Verso una Kasherut vegana? 

a cura di Federico Ariel D’Agostino

 

Suona ancora scandaloso a molte ebraiche latitudini, eppure il movimento vegano conta ormai schiere di motivati adepti in ogni paese, Italia compresa, disposti a tradire la cucina degli avi per il tofu. Dopotutto, come dice rabbi David Wolpe del Sinai Temple di Los Angeles, la cucina ebraica è semplicemente la cucina kasher (polacca, romana, araba...) con cui siamo cresciuti. A chi sviene alla sola visione di fettine panate di seitan, gli ebrei vegani possono rammentare l’insegnamento di rav Abraham Isaac haKohen Kook, primo rabbino capo ashkenazita di Israele (all’epoca ancora Yishuv) e autore di Una visione del vegetarianesimo e della pace, secondo il quale la kasherut è essenzialmente un sistema di divieti volto a limitare a infine abbandonare il consumo di animali.

Affine la posizione di  Rabbi David Rosen, ex rabbino capo d’Irlanda e rispettato leader ortodosso alla guida dei VegRabbis, che lo scorso marzo provocò i lettori del Times of Israel scrivendo chiaro e tondo che “nel mondo odierno la nostra dieta è tanto più kasher quanto più è basata sul consumo di vegetali”

(http://blogs.timesofisrael.com/is-any-meat-today-kosher).

Il problema è che secondo Rabbi Rosen e altri 74 rabbini di tutte le denominazioni l'allevamento intensivo è a priori incompatibile con l'etica che la kasherut esprime.

(https://animal-interfaith-alliance.com/2017/09/29/new-jewish-veg-rabbinic-statement-on-plant-based-diet/)

Conferenza a Praga per la EUPJ

di Fabio Benjamin Fantini

 

Con l'ottica di voler tenere aggiornati i nostri membri sugli eventi istituzionali del mondo Reform\Progressive, comunichiamo che si terra’ a Praga da giovedì 26 aprile 2018, a domenica 29 aprile 2018,  la conferenza della European Union for Progressive Judaism, EUPJ.

Si tratta di un evento biennale di grande interesse con seminari ed eventi culturali e religiosi di forte rilevanza per il mondo Reform. Inoltre rappresenta una unica occasione per rafforzare il networking internazionale per la nostra Comunità. Il livello di prenotazione Early Bird, di 400€, scadrà il 31 dicembre.

Beth Hillel partecipa a questo importante evento con una rappresentanza istituzionale.

http://eupj.org/event/prague-2018-regeneration/

ven, gennaio 19 2018 3 Shevàt 5778