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Old Newsletters

 

Newsletter Volume 1 - 25 Kislev 5778

Lettera dal nostro presidente

Cari amici

Rubo un po' di spazio a Yonah solamente per congratularmi con questo nuovo progetto "La Newsletter di Beth Hillel".

Tante sono le definizioni di comunità, ma una mi piace più di tutte ed è "camminare insieme". E quando si cammina insieme si parla insieme.

A Beth Hillel ci sono tante persone che hanno deciso di camminare insieme. Con "La Newsletter di Beth Hillel" noi parleremo insieme. Le strutture di Beth Hillel dialogheranno con i membri della comunità ed i membri di Beth Hillel parleranno con tutti gli altri membri.

La parola è per noi Ebrei un atto di importanza fondamentale.

Il mondo tutto è cominciato con Una Parola di Hashem.

Diamo il benvenuto a "La Newsletter di Beth Hillel", perchè sia un altro modo per continuare ad essere e comportarci da Ebrei.

Grazie”

Stefano Ridolfi.

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Rubrica “News da Beth Hillel”

La nuova luce su Roma

di Fabrizio Yonah Negroni

 

Ringrazio il nostro Presidente per la sua lettera introduttiva, l’energia, l’impegno e l’entusiasmo che sta mettendo nello sviluppo della nostra comunità non può che essere per noi tutti, iscritti e membri del consiglio, orgoglio che si trasforma in motivazione.

Il 25 di Kislev ha avuto inizio la festa di Chanukah ed il primo numero della nostra prima Newsletter sta uscendo esattamente in queste giornate, una nuova luce su Roma è quindi arrivata e proprio nel momento giusto.

Abbiamo deciso di strutturare questa attività, che avrà un’uscita bimestrale, per consentire a tutti i nostri membri, amici ed iscritti di poter vivere a pieno la nostra comunità attraverso le nostre storie, le notizie dal mondo e qualche curiosità.

Pensiamoci bene, in fondo Beth Hillel è una pagina vuota ancora tutta da scrivere, questo è stato il sentimento di tutti coloro che hanno ritenuto che fosse giusto creare la prima comunità ebraica riformata di Roma.

Il concetto di prima volta è emerso diverse volte nel corso di questi ultimi anni in tutti coloro che hanno dovuto cercare una prima sede, trovare un primo rabbino o semplicemente inventarsi un primo posto dove poter festeggiare insieme Pesach, la festa della nostra libertà.

Libertà, questa è forse stata la parola chiave per tutti coloro che sono stati spinti e che sono oggi determinati nel continuare questo cammino riformato.

Partendo da concetti più grandi di libertà, come poter amare una persona che non è della tua stessa religione o dello stesso sesso, fino ad arrivare a concetti meno “ampi” ma profondamente significativi per alcuni, come il poter vedere una tua sorella rispondere ad una chiamata al Sefer.

E quindi eccoci qui, giovani e meno giovani, famiglie e single, coppie miste e coppie gay, tutti insieme spinti da questa enorme voglia di poter essere liberi senza dover per forza identificarci in un solo colore, senza dover per forza rinunciare ad essere noi stessi e senza doverci vergognare nel volerlo affermare.

In Beth Hillel abbiamo persone laiche e religiose, ebrei secolari ed ebrei per scelta, italiani e stranieri, una galassia di uomini e donne le cui culture ed estrazioni possono a volte essere molto diverse tra di loro ma che sono sorrette da un unico comun denominatore, il voler vivere la propria ebraicità senza doversi per forza assimilare.

La comunità ebraica riformata Beth Hillel, a Roma, vuole essere la risposta e la sfida a queste esigenze umane ed umanitarie.

Per questa prima uscita pensiamo che sia più giusto lasciare a voi cari membri, amici ed associati, il compito di scrivere e riempire nel futuro questa pagina bianca, giorno per giorno, mese per mese, anno dopo anno,migliorandoci sempre di più.

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Rubrica “News da Beth Hillel” 

“A trent’anni dall’Intesa, l'Unione si apra a tutti gli ebrei”

Intervista a Pamela Harris

a cura di Federico Ariel D’Agostino

 

“A trent’anni dall’Intesa, l'Unione si apra a tutti gli ebrei”

Con la nascita della FIEP, Federazione Italiana per l'Ebraismo Progressivo, per la prima volta dalla stipula dell'Intesa fra Stato e religione ebraica si pone concretamente la questione dello status dell'ebraismo non ortodosso in Italia. Abbiamo sentito il parere di Pamela Harris, giurista.

Pamela Harris è docente di Diritto presso la John Cabot University e membro del consiglio direttivo di Beth Hillel Roma. Ha contribuito alla stesura della voce “Confessioni religiose” dell'Enciclopedia Treccani.

Pamela, di recente hai avuto occasione di porre la questione pubblicamente

Sì, ho assistito con Franca Coen e Joyce Bigio alla conferenza organizzata dall’UCEI per celebrare il trentennale  dell'Intesa fra lo Stato e l’ebraismo, lo scorso 3 dicembre al Pitigliani. Così ho potuto dire qualche parola sul significato dell'Intesa oggi. Del panel facevano parte importanti giuristi: Francesco Margiotta Broglio, Dario Tedeschi, Giorgio Sacerdoti, con il vicepresidente dell’UCEI Giulio Disegni e un esperto accademico in legge canonica, Roberto Mazzola. Io ho messo in evidenza che l'Intesa incarica le comunità locali e l'Unione di proteggere e di rappresentare gli interessi di tutti gli ebrei in Italia, ma poi definisce la missione dell'UCEI come legata a una singola tradizione ebraica.

L'ebraismo progressivo si può considerare parte di tale, unica tradizione?

Perfino 30 anni fa gli ebrei italiani venivano da tradizioni differenti. Ora in Italia si sta consolidando anche un ebraismo progressivo. Non era però quello il momento per entrare in un dibattito sulla questione se questo modo di vivere l’ebraismo faccia parte della tradizione italiana o se ne costituisca un’altra. Esiste. Comprende ebrei iscritti anche alle Comunità. Comprende stranieri. Comprende famiglie miste, convertiti, persone che non si ritrovano per un motivo o un altro nella tradizione delle Comunità. Sono ebrei che vogliono che i loro figli e nipoti crescano come ebrei, con una cultura e un’identità ebraica. E vogliono che l’ebraismo sia una forza culturale vitale e una voce etica nella società italiana. Che l'ebraismo progressivo faccia o meno parte della specifica tradizione italiana, io ho chiesto, prendendo spunto da un passo del testamento spirituale di rav Laras z”l, se l’UCEI sarà in grado di includere anche noi.

Come è stato accolto il tuo intervento?

La risposta è stata non solo rispettosa ma perfino positiva: molti hanno applaudito. Nel corso della discussione che ne è seguita, altri sono intervenuti per suggerire che l'UCEI ripensi la definizione territoriale delle sue Comunità costituenti e per invitare a un percorso di riflessione alla luce delle lacune nel sistema attuale. Alla fine, è sembrata maggioritaria l'opinione che l'UCEI debba almeno aprire una discussione su come definire se stessa in relazione alle molte tradizioni ebraiche presenti in Italia.

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Rubrica “News da Beth Hillel”  

La scuola è operativa!

di David Levy

 

Un anno fa la scuola per bambini di Beth Hillel non esisteva, oggi finalmente siamo operativi con ben 17 bambini abbonati, un numero importante per una realtà piccola ed appena nata come la nostra.

Due volte al mese, si svolgono lezioni di ebraismo e di lingua ebraica per bambini di 5-13 anni, in più, c'è una classe di preparazione al bat/bar mitzvà e ricordiamoci che a Roma è solo Beth Hillel a garantire alle ragazze di poter fare un bat-mitzvà uguale al bar-mitzvà dei loro coetanei maschi.

In materia di ebraismo i bambini studiano le feste, lo shabbat, le regole della kasherut, l’etica e le mitzvot, la Torah e Midrashim, riuscendo ad unire il rispetto per la nostra antica tradizione ai principi dell'ebraismo riformato/liberale. 

Le classi sono divise sia in base all’età che, per quanto riguarda l’insegnamento della lingua ebraica, anche per livello, dai principianti in poi.  Le nostre morot, maestre, sono ben preparate nei loro campi e capaci di entusiasmare costantemente i bambini.  Un altro aspetto importante è che l'insegnante principale di ebraico è madrelingua, sappiamo tutti quanto questo sia cruciale per un più facile e veloce apprendimento. 

Il tutto avviene sempre sotto la guida generale del nostro rabbino, Joel Oseran, vice presidente emerito del World Union di Progressive Judaism, possiamo ritenerci soddisfatti e felici per questa grande partenza, i bambini sono il nostro futuro e la scuola l’elemento cruciale della loro formazione ebraica.

Cogliamo l’occasione per ringraziare chi ci ha supportato, attraverso le donazioni, a realizzare questo sogno, la famiglia Hager e un'altro donatore che ha preferito rimanere anonimo.

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Rubrica “I giovani di Beth Hillel” 

Io ed Israele

di Sara Di Francesco

 

Nessuno mi aveva mai detto che, arrivando in Israele per la prima volta avrei sentito di atterrare a casa. Non mi aspettavo né le mie sensazioni, né la reazione degli israeliani ad un’italiana cristiana che visitava Israele solo per turismo. Tutti continuavano a chiedere: “Ma hai parenti qui?” e “Davvero sei venuta solo per turismo?” e via di bocche aperte e braccia larghe.

Gli israeliani: questo popolo che mi ha fatto innamorare tanto da chiedermi se fosse ancora possibile vivere ancora a Roma ed essere felice. Mai lo avevo pensato prima. Io, che a 26 anni – subito dopo la laurea – me ne ero andata di casa per costruire all’estero un futuro sulle mie sole gambe (ingenua e così “abbruzzesemente” testarda) e poi ero tornata perché mi mancava l’aria pesante e umida dell’estate romana. Io: sulla porta di un mini-appartamento con giardino su David HaMelech a pensare che lì ci avrei potuto costruire una nuova vita, vivere in una nuova casa perché continuavo a sentire i brividi ogni volta che mettevo piede dentro le mie ballerine ed uscivo di casa. E, forse, un giorno avrei anche fatto l’abitudine a questa gente così aperta e generosa, che si ostinava ad uscire la sera con le infradito.

Ogni giorno, di quei dieci che la mia amica ed io passammo tra Tel Aviv e Gerusalemme, fu la scoperta di un mondo che avevo visto rappresentato sempre in maniera così distorta ed irreale, nelle nostre notizie. Mi aspettavo di trovare uno Stato arido e militarizzato, vedere tanti ricchi e tanti poveri (ovviamente palestinesi) e tanta disuguaglianza. Ciò che vidi e che mi aprì gli occhi sulla verità e sul mio pregiudizio, fu una società che fa (o cerca di fare) il meglio per tutti i suoi cittadini. Gente che andava e veniva: religiosi, laici, musulmani, ebrei e cristiani, ragazzi e ragazze, giovani e vecchi tutti presi dalle loro vite, ma che condividevano in pace la vita in Israele.

Ci stupimmo e piangemmo tra le mura di Gerusalemme, come ci divertimmo sulle spiagge e per le strade di Tel Aviv. Di Israele, al ritorno, mi rimasero impressi i colori vividi, i rumori costanti, gli odori pungenti e l’incredibile, meraviglioso, purissimo attaccamento alla vita che ogni israeliano ha e riesce a trasmettere a chi gli è affianco.

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Rubrica “Notizie dal mondo”

Piccoli Incontri  

di Paolo Ruffini

 

«Non appena la nave sciolse gli ormeggi mi sentii subito in balia delle speciali leggi del mare. […] Perché, come è invisibile l’influsso della luna sulle acque e, come tanti vorrebbero, su tutta l’umana psiche, anche il mare, imperscrutabile, agisce sui passeggeri».

Sto leggendo in questi giorni il libro di Jacob Glatstein Il viaggio di Yash tradotto dalla Giuntina, un poderoso tomo diviso in due parti che racconta il ritorno a Lublino del giovane Jacob, richiamato dalla famiglia appena giunto a New York. Siamo a metà degli anni trenta, tutto sta esplodendo, la vita non sarà più la stessa da quel momento in poi. È un libro bellissimo in cui sguardo soggettivo e Storia tessono la medesima tela, vita ebraica e osservazione smaliziata del mondo tendono a ricomporre un puzzle davvero efficace per le informazioni, deviazioni nella cultura yiddish e afflato personale del protagonista così ansioso di “abbracciare tutto il conoscibile” in una forma ibrida tra finzione e autobiografia, come opportunamente ricorda Ruth R. Wisse nella fondamentale introduzione.

La disputa tra i sostenitori dei fatti e coloro che insistono più sul come si debbano raccontare gli eventi pone questioni non di poco conto, non solo in termini di informazione pura versus il dato esperienziale, ma anche, anzi soprattutto, per il rispetto della verità. Ma anche il concetto di verità è scivoloso. M’appello allora a un passaggio di Rabbi Eliyahu E. Dessler, quando dice: «Dal momento che tutte le cose che pensiamo sono mosse dall’interesse, abbiamo già rinunciato all’imparzialità di partenza? La risposta è che la parzialità non oscura mai interamente la verità anche dopo che l’istinto ha persuaso una persona ad accettare la falsa via come vera, quella stessa persona sa, nel profondo del suo cuore, che la vera via è più vera dell’altra. Accetta la falsità come sostituto della verità, non come verità in s黹. Diciamo che mi sentirei confortato se aggiungessi al passo di Rabbi Dessler uno dei tanti insegnamenti di Rabbi Menachem Mendel Morgenstern, più comunemente conosciuto come il grande rebbe di Kotzk, il quale lapidario ci ricorda che: «Se si seppellisce la menzogna, fiorisce la verit໲.

Sono stato recentemente in Sicilia per un breve viaggio di piacere e per l’occasione ho visitato alcuni luoghi a me sconosciuti. L’isola mi è ormai familiare, credo pure di conoscerla abbastanza bene, ma non ero mai stato a Gibellina né a Erice. Gibellina ospita uno storico festival di arte scenica, dunque soprattutto d’estate è possibile trovarvi spettacoli, appuntamenti legati alle tradizioni e all’artigianato teatrale, nonché ovviamente la possibilità di visitare nello spazio aperto della città nuova (Gibellina vecchia è stata rasa al suolo dal terremoto del Belice nel 1968) le opere di artisti contemporanei che hanno “”ricostruito” un senso civico dello spazio urbano dopo il terremoto. Esiste un museo che ospita parti di vecchie scenografie degli spettacoli storici firmate da grandi artisti, è un grande capannone dove si possono vedere opere di Pomodoro e Burri, tra gli altri. Accanto alla collezione stabile del museo, un altro più piccolo spazio ospita invece mostre temporanee. L’ultima, in ordine di tempo, è stata Trame, un percorso attraverso le culture del Mediterraneo idealmente legato al concetto di trama, macramè, tessitura, riannodo di fili e maglie, quasi a indicare come le diverse culture, e tra queste le diverse esperienze religiose, fossero di fatto una comunanza di differenze ma dialoganti.

Tra i ricami, porcellane e manifattura dell’argento provenienti dai diversi paesi del Maghreb o dal Medioriente, mi ha colpito la presenza di alcuni oggetti di cultura ebraica. Devo anche dire che così come è stata concepita la mostra mi ha lasciato interdetto, forse perché gli oggetti ebraici esposti poco ci azzeccavo con i vari artigianati. Comunque non ho potuto fare a meno di ammirare una Torah della metà del diciannovesimo secolo proveniente dalla Siria, ovviamente uno yad d’argento, la ricostruzione con delle statuine di un matrimonio ebraico con tanto di rabbino e chuppah, un timbro con un maghen David e alcune sete ricamate. A Erice, invece, ho trovato una via Giudaica. Ho chiesto in giro e pochi ricordano di una presenza ebraica da quelle parti. Però attirato dal profumo di un forno, un po’ nascosto dalla via, mi sono imbattuto in un luogo straniante. Ho trovato in Sicilia, a diversi metri sul mare, gli stessi biscotti secchi che possiamo trovare da Boccione in Piazza a Roma, le stesse torte di ricotta, gli stessi mostaccioli. La signora addetta a confezionare pacchetti di biscotti e torte non sa perché da anni imbastisce quei dolci in quel modo, l’ha appreso da sua madre e così sua madre da sua nonna. Ma non sono ebrei. Penso allora al concetto di biografia e di finzione, alla verità come esperienza personale. Forse ho soltanto voluto trovare quello che cercavo.

1) Rabbi Eliyahu E. Dessler, Conquista la verità. Riflessioni sul pensiero ebraico, edizione italiana a cura di Sarah Parenzo, Chish – Israel, p. 164

2) a cura di Daniela Leoni, L’amore per la verità, Marietti, Milano 2011, p. 191

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Rubrica “Notizie dal Mondo”

Tre matrimoni (e uno statement) 

a cura di Federico Ariel D’Agostino

 

Può un matrimonio ebraico diventare un atto di protesta? Può, ed è successo lo scorso 3 dicembre a New York, teatro dell'ennesima schermaglia fra la Rabbanut Rashit di Gerusalemme e “the rest of Us”, ovvero gli ebrei liberali che sono la schiacciante maggioranza in America – e in Diaspora. “Join us to support them and the cause of religious freedom and equal rights in Israel. The roar of Mazel Tov will be heard around the world” recitava l'invito diramato da Temple Emanu-El, la più maestosa delle sinagoghe newyorchesi, massiccia mole romanica edificata nel 1845 sulla Quinta strada e frequentata, fra gli altri, dal benemerito ex sindaco della città Michael Bloomberg.

E difatti ad accogliere un pubblico di 1.500 persone si sono presentati importanti rabbini Reform e Conservative – incluso Rick Jacobs, presidente della Union for Reform Judaism. Sotto la chuppah tre coppie di ebrei, tutti cittadini israeliani, rappresentanti di tre categorie cui in patria è precluso il matrimonio. Quali? È presto detto.

Una delle spose fa parte di quelle centinaia di migliaia di ‘olim dalla Russia che pur avendo ricevuto la cittadinanza non sono riconosciuti come ebrei dal rabbinato israeliano perché restii a confermare il loro ebraismo secondo le regole dell'ortodossia.

La seconda si è innamorata di un'altra donna, con cui vuole formare una famiglia ebraica.

La terza si rifiuta di prendere parte a una cerimonia in cui il marito “acquisce” la moglie (kinyan), secondo la formulazione ortodossa di matrimonio che è l'unica convalidata dalla Rabbanut.

Presente alla cerimonia, Anat Hoffman, leader storica delle Nashot haKotel (Women of the Wall) ha così commentato: “vedersi impedito l'accesso al Kotel e vedersi impedito di sposarsi sono entrambi esempi di come ci si possa far sentire ebrei di seconda classe”.

 Fonte: https://vimeo.com/244687923

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Rubrica “Notizie dal Mondo” 

Stracotto addio. Verso una Kasherut vegana? 

a cura di Federico Ariel D’Agostino

 

Suona ancora scandaloso a molte ebraiche latitudini, eppure il movimento vegano conta ormai schiere di motivati adepti in ogni paese, Italia compresa, disposti a tradire la cucina degli avi per il tofu. Dopotutto, come dice rabbi David Wolpe del Sinai Temple di Los Angeles, la cucina ebraica è semplicemente la cucina kasher (polacca, romana, araba...) con cui siamo cresciuti. A chi sviene alla sola visione di fettine panate di seitan, gli ebrei vegani possono rammentare l’insegnamento di rav Abraham Isaac haKohen Kook, primo rabbino capo ashkenazita di Israele (all’epoca ancora Yishuv) e autore di Una visione del vegetarianesimo e della pace, secondo il quale la kasherut è essenzialmente un sistema di divieti volto a limitare a infine abbandonare il consumo di animali.

Affine la posizione di  Rabbi David Rosen, ex rabbino capo d’Irlanda e rispettato leader ortodosso alla guida dei VegRabbis, che lo scorso marzo provocò i lettori del Times of Israel scrivendo chiaro e tondo che “nel mondo odierno la nostra dieta è tanto più kasher quanto più è basata sul consumo di vegetali”

(http://blogs.timesofisrael.com/is-any-meat-today-kosher).

Il problema è che secondo Rabbi Rosen e altri 74 rabbini di tutte le denominazioni l'allevamento intensivo è a priori incompatibile con l'etica che la kasherut esprime.

(https://animal-interfaith-alliance.com/2017/09/29/new-jewish-veg-rabbinic-statement-on-plant-based-diet/)

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Conferenza a Praga per la EUPJ

di Fabio Benjamin Fantini

 

Con l'ottica di voler tenere aggiornati i nostri membri sugli eventi istituzionali del mondo Reform\Progressive, comunichiamo che si terra’ a Praga da giovedì 26 aprile 2018, a domenica 29 aprile 2018,  la conferenza della European Union for Progressive Judaism, EUPJ.

Si tratta di un evento biennale di grande interesse con seminari ed eventi culturali e religiosi di forte rilevanza per il mondo Reform. Inoltre rappresenta una unica occasione per rafforzare il networking internazionale per la nostra Comunità. Il livello di prenotazione Early Bird, di 400€, scadrà il 31 dicembre.

Beth Hillel partecipa a questo importante evento con una rappresentanza istituzionale.

http://eupj.org/event/prague-2018-regeneration/

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Newsletter Volume 2 - 26 Adar 5778

Introduzione – di Fabrizio Yonah Negroni

Quando si comincia un avventura non si sa mai quale sarà il percorso che si seguirà o quale ne sarà l’epilogo. Quando il nostro Presidente mi ha chiesto di organizzare questa newsletter non nego di aver sentito sulle mie spalle quella tensione tipica di chi è consapevole dell’importanza che questa avrà per la vita della nostra comunità. Poter comunicare con i propri membri, consentire loro di potersi esprimere e far conoscere, a chi di Beth Hillel non è ancora parte, i nostri valori, la nostra visione e la strada che stiamo percorrendo insieme, non è facile.

Oggi posso dire, non banalmente già dalla seconda uscita bimestrale, che questo sforzo è stato minore di quanto pensassi e quello che per me era un terreno ignoto ora diventa qualcosa di ben chiaro e definito.

Tutto questo è stato possibile grazie a voi, amici cari. Voi che avete raccolto con entusiasmo questa sfida ed avete sommerso di articoli, pensieri e parole il mio indirizzo mail.

In questo numero abbiamo davvero la grande galassia Reform Romana, ci tengo a sottolineare la parola “Romana”. Non per mero campanilismo geografico, ma perché sempre più si va definendo, grazie alle peculiarità di ognuno di noi, una nostra identità di ebrei reform che se da una parte ha accolto valori, persone, innovazioni e principi generali dell’ebraismo reform mondiale, dall’altra non ha rinunciato a mantenere la sua identità e le sue tradizioni. Un esempio tipico è nell’organizzazione dei due seder di Pesach 5778 il 30 ed il 31 marzo, il primo, in lingua inglese che sarà condotto dal Rabbino Levi Kelman da Gerusalemme, ed il secondo, condotto da Federico D’Agostino con altri amici romani che seguirà la tradizionale Haggadah di rito italiano.

Lasciandovi alla lettura della Vostra newsletter, rinnovo il ringraziamento di Beth Hillel e del suo Consiglio per la grande partecipazione e l’affetto che ogni giorno state dimostrando.

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Rubrica “News da Beth Hillel” – In ricordo di Giacometta Limentani

di Pupa Garribba - Per Confronti di Febbraio 2018

 

 

Molto si è scritto su Giacometta Limentani a partire dall’11 ottobre in occasione del suo novantesimo compleanno, e poi alla notizia della sua scomparsa il 18 febbraio, a conclusione di una subdola malattia che si portava dentro da tempo. E’ stata ricordata come traduttrice, narratrice e saggista.  E anche come morà, “maestra di sapienza ebraica”.

Io scriverò di un’altra Giacometta, di quella Giacometta che avevo scoperto alla fine degli anni sessanta del secolo scorso in un kibbutz del sud di Israele dove, con Lele Luzzati, era arrivato ‘In contumacia’, il suo primo libro. Mai avrei immaginato che da lì a pochi anni mi sarebbe diventata sorella e compagna di tante esperienze.

Le nostre strade si sono incrociate per sempre a metà degli anni settanta, dopo il mio arrivo a Roma. In quel periodo condividevo con Erica Tedeschi la conduzione di un laboratorio di pupi di cartapesta per i bambini dell’Istituto Pitigliani: per una rappresentazione destinata alla prima Festa del Ghetto avevo deciso di ridurre in forma teatrale il suo "Il vizio del faraone e altre leggende ebraiche". Evidentemente siamo piaciuti a tal punto che Giacometta, che non era di gusti facili, ci ha subito assoldati per una replica alla Galleria Giulia, diretta da suo marito Walter Cantatore. Da quel momento non ci siamo più perse di vista, iniziando a condividere le più varie esperienze: di carattere politico con riferimento  sia  all’Italia che ad Israele; di testimonianze comuni come sopravvissute alla Shoah (eravamo così affiatate che ci avevano soprannominato ‘le sorelle Kessler’ di televisiva memoria); di carattere letterario ed editoriale, di scoperte di negozietti un po’ speciali; di tanto cinema; di tanti incontri a casa sua e di tanti capodanni ebraici a casa mia che lei rendeva speciali con le sue riflessioni.

Qualche ricordo in particolare.

Risale all’anno scolastico 1990/91 la nostra prima testimonianza comune nelle scuole, dove in quel periodo i naziskin facevano il bello e il cattivo tempo.  Nell’Istituto di Primavalle dove eravamo state invitate, tre di loro si erano barricati in un’ala dell’edificio perché si rifiutavano di “respirare la stessa aria che respiravano due ebree”. L’incontro è avvenuto regolarmente nell’Aula Magna e, in particolare, il racconto di Giacometta sullo stupro che aveva subìto da ragazzina aveva suscitato molta emozione. Durante l’intervallo una studentessa le si è avvicinata e le ha raccontato di avere subìto anche lei uno stupro mai confessato; ho ancora davanti agli occhi, dopo tanti anni, il loro pianto e il loro abbraccio.  

Lungo e gratificante è stato il nostro comune impegno assunto con Confronti, il cui direttore mi aveva offerto tanti anni fa la gestione di due pagine per articoli sulla storia e cultura ebraica. Inutile dire che Giacometta ha colto al volo la mia offerta di collaborazione e ha contribuito in maniera determinante alla creazione di un affiatato gruppo di lavoro, che ha sfornato un numero considerevoli di articoli. Articoli raccolti poi a fine anni novanta in quattro piccoli libri, che rispondevano alle domande che in quel momento ci rivolgeva la società italiana. Che ruolo hanno le donne ebree, ad esempio, o qual è il significato della stella di Davide o della kippà, o che caratteristiche particolari hanno le feste, e anche che contributo hanno dato alle società di appartenenza gli “‘ebrei sul confine”, titolo perfetto scelto da lei. Evidentemente sono domande che coloro che si avvicinano alla cultura ebraica si pongono ancora, perché i quattro piccoli libri continuano a godere di alto gradimento nelle librerie specializzate.  

Due parole infine per l’incontro che avevo programmato insieme alla Comunità Ebraica Progressive Beth Hillel, per la prima metà di gennaio, con l’intento di rievocare con Giacometta ormai novantenne i trentadue anni di corso di studi ebraici da lei portato avanti con tanto successo.  Ci abbiamo lavorato insieme per molte settimane, per recuperare i nomi delle molte decine di persone che quei corsi avevano seguito, a partire dai soci fondatori che avevano deciso di mettersi a studiare con lei dopo gli attacchi agli ebrei italiani arrivati da ambienti di sinistra a seguito della strage di Sabra e Chatila. Di nomi ne abbiamo trovati proprio tanti e lei era molto soddisfatta all’idea di questa rimpatriata, alla quale non ha potuto partecipare perché una febbre improvvisa l’ha trattenuta a casa. L’omaggio a Giacometta “morà di sapienza ebraica”, articolato sulle testimonianze dei suoi allievi che si sono lasciati andare anche a ricordi molto personali, si è svolto lo stesso e lei si è dimostrata commossa e felice nel sentire il giorno dopo e in quelli successivi le espressioni di stima ed affetto che le erano state riservate. Secondo quanto il rabbino gerosolimitano Joel Oseran ha scritto in una affettuosa lettera di condoglianze, è stato importante che questo tributo si sia svolto anche senza la sua presenza fisica, perché le ha permesso di capire “da viva” quanto fosse amata e rispettata. Ne ha avuto la conferma nelle sue ultime settimane, se mai ce n’era bisogno, perché se ne è andata circondata dalle tante persone che le hanno voluto bene e che già sentono acutamente la sua mancanza.

Che il suo ricordo sia di benedizione.

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Rubrica “News da Beth Hillel” – XXIV Conferenza del world congress: Keshet Qa’avah

di Fabrizio Yonah Negroni

 

Informiamo tutti i membri e gli associati di BethHillel che nei prossimi giorni si terrà a Roma questo importantissimo convegno mondiale organizzato da Marco Fiammelli del MDKI, naturalmente la nostra comunità sarà presente, attiva e patrocinante.

Data l’importanza dei temi trattati, invitiamo tutti alla più ampia partecipazione.

Per avere maggiori info sui dettagli del programma potete contattare direttamente l’indirizzo mail

magen.david.keshet@gmail.com

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Rubrica “I giovani di Beth Hillel” – Fino a quando tollereremo l’intolleranza?

di Sara Gomel

 

In una giornata per me profondamente dolorosa ricevo un messaggio da mio padre: “purtroppo le notizie dal mondo sono brutte, ti sono vicino”. Pochi minuti dopo, al telefono, una mamma più affannata del solito mi racconta della strage di Tolosa. Ogni sua parola è per me un colpo al cuore.

Non ho mai ostentato in nessun modo la mia ebraicità, ho sempre ammesso di essere ebrea con un sorriso, insinuandomi tra le frasi altrui con estrema delicatezza, per paura di suscitare una reazione che potesse rompere quel fragile equilibrio che si crea nelle conversazioni tra conoscenti. La mia appartenenza è sempre stata ed è tuttora per me motivo di gioia.

Quando ero più piccola mai avrei pensato di poter essere considerata peggiore solo perché di venerdì accendevo le candele e recitavo il Kiddush, festeggiavo Rosh Hashanah, Hannukah e Pesach e ogni tanto andavo in Sinagoga stringendo forte la mano di mio padre, per la tanta paura che avevo di perdermi.

La mia ingenuità è stata spezzata un qualsiasi pomeriggio di autunno, uno di quei grigi ed insignificanti pomeriggi che poteva rimanere tale, e che invece cambiò le mie percezioni da allora fino ad oggi e così per sempre. Ero ancora alle elementari e durante un consiglio di classe mio padre si lamentava di uno tra i tanti problemi della scuola. Il padre di una mia compagna, forse in totale disaccordo circa la lamentela in questione, si domandò a voce alta per quale dannato motivo il signor Gomel fosse ancora vivo, non li avevano bruciati tutti gli ebrei? E’ così che ho conosciuto lo scherno, la perfidia e l’ironia di cattivo gusto, una tiritera continua nella mie pure e giovani orecchie. L’appendice era sempre “non te la prenderai mica, si scherza”, appendice che permetteva a chi mi scherniva di sentirsi meno in colpa. Tuttavia la gente ha mostrato spesso interesse nei confronti della mia cultura ed io ho sempre risposto con piacere alle innocenti domande di chi non sa ed ha voglia di sapere.

Il giorno in cui sono venuto a conoscenza degli eventi di Tolosa ero in campo scuola con la mia classe. Prima di allora, quasi mai avevo percepito ostilità da parte dei miei stessi compagni, anzi, apertura e curiosità. Tra i corridoi, in assemblea, continuo a sentire parole importanti come antifascismo, lotta contro ogni forma di discriminazione, di razzismo. Ben volentieri ho creduto che queste parole corrispondessero e troppo spesso io stessa non ho voluto vedere fatti che reclamavano la mia indignazione e non l’hanno ottenuta. Tutti siamo bravi a parlare, a giocare alla rivoluzione, siamo apparentemente così impegnati, interessati alle sofferenze altrui (vedi il caso Kony 2012 che ha ottenuto l’attenzione e le promesse di tanti ragazzi annoiati), ma quando si tratta del nostro piccolo, di ciò che succede intorno a noi, improvvisamente la foga sparisce e lascia il posto all’indifferenza.

Nel momento in cui un ebreo viene insultato, un rom deriso, vorrei avere mille occhi per vedere le reazioni di ognuno dei nostri bravi e carismatici oratori. Purtroppo ne ho solo due, di cui uno non funziona neanche troppo bene, e attraverso questi ho percepito freddezza nei miei confronti e poche sparute reazioni.

Mentre visitavamo il quartiere ebraico di Toledo, lo stesso compagno che solo un giorno prima affermava che “se gli ebrei sono intellettuali è perché nei campi di sterminio hanno avuto tempo per studiare”, era dietro di me in compagnia di molti altri e rideva dichiarando di essere in territorio nemico. Avanti così per tanto, troppo tempo. Assicuratosi l’ilarità generale e quindi forte dell’appoggio comune, il compiaciuto ragazzo non smetteva né aveva voglia di farlo. La mia fuga e le mie lacrime hanno impedito che il mio cuore scoppiasse e che io stessa impazzissi. Se non gli amici più vicini, nessuno ha osato parlarmi. La risposta alle mie lacrime è stata la stessa in forme diverse: “lascia perdere”, “che palle”, “non fare la vittima”.

Oltre all’episodio in se, che mostra dalla parte dell’interessato una mancanza di sensibilità oltre che una forte ignoranza, ho trovato ancor più sgradevole la non reazione dei miei compagni. Per loro è stato più semplice ridere, stare al gioco, hanno scelto la via più facile per loro stessi, ma la più dolorosa e faticosa per me. Io non sono diversa da loro e merito di percorrere la stessa identica strada.

La lotta contro ogni fascismo e razzismo deve essere una scelta consapevole. Ho sempre pensato che ogni forma di coinvolgimento implicasse una scelta, il non intervento di fronte a fatti del genere vuol dire sostenere colui che discrimina ed offende. Solo pochi giorni prima di partire ho seguito un collettivo più partecipato del solito in cui abbiamo parlato degli episodi del Righi e della lotta al fascismo.

Ci siamo chiesti quale fosse il modo di buttare giù il muro di indifferenza che spesso si crea in questa situazioni, come nel mio caso, ed ancora quale fosse il modo di far arrivare un messaggio senza che finisse cestinato come una comune cartaccia. Io penso che si possa iniziare da semplici piccole cose della vita di tutti i giorni.

All’inizio di questo articolo ho voluto inserire la poesia di Martin Niemoller perché credo che rappresenti alla perfezione, in poche righe, ciò che cerco di esprimere con le mie parole.

Finché l’insulto non si rivolge direttamente a te è difficile comprendere. A Toledo, al posto della parola “ebrea”, purtroppo intesa come insulto, poteva esserci il nome di qualsiasi studente, Giulio, Marco, Anna e molto altri ancora.

 

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Rubrica “I giovani di Beth Hillel” – Sacchi a pelo per i bisognosi

di Lea, Rebecca, Amira e Vanessa

 

Beth Hillel si è associata con JNRC (Joel Nahuma Refugee Center, http://jnrc.it/) per rispondere in modo operativo all'esigenza primaria di fornire ai rifugiati presenti a Roma sacchi a pelo per sopportare queste fredde nottate; le quattro ragazze del corso di Bat Mitzvah hanno attivato un progetto a riguardo, di seguito il loro testo.

 

Tikkun Olam è riparare il mondo e aiutare le persone bisognose è riparare il mondo.

Quasi sempre la gente lo fa dando dei soldi a delle associazioni, oppure regalando oggetti e cibo. Noi quattro ragazze, del corso di Bat Mitzva, abbiamo deciso di aiutare un gruppo di circa 40 immigrati. Loro passano le giornate in un centro che si trova sotto ad una chiesa anglicana, a via Nazionale a Roma, mentre la notte la passano fuori al freddo senza un posto fisso. È per questo che noi abbiamo deciso di distribuire fra di loro dei sacchi a pelo, in modo che abbiano un mezzo per dormire al caldo la notte. Le loro giornate tipo sono: sveglia, arrivo al centro e colazione, distribuzione dei vestiti tutti raccolti in una stanza, poi possono decidere se andare a fare lezione di inglese, di italiano o di chitarra oppure fare arte o cucire per trovarsi da soli i propri vestiti. In quel centro ci sono un sacco di stanze per cui è possibile fare un sacco di cose per imparare a vivere in uno Stato. C'è persino una stanza con la televisione ed una con dei divanetti su cui sedersi. Forse la cosa che ci ha sorprese di più è la loro organizzazione e la loro voglia di entrare a far parte di una nazione come l'Italia. Lì abbiamo incontrato uno degli immigrati, che ci ha spiegato tutto questo. Ci ha pure raccontato la sua storia: è nato in Afghanistan ed è venuto in Italia due anni fa. Qui ha imparato l'italiano e dapprima ha raccolto dei soldi facendo il pulitore di vetri poi ha iniziato a lavorare in questo centro insieme ad altri volontari di diverse scuole.

Noi ragazze abbiamo cominciato a distribuire i sacchi a pelo perché abbiamo raccolto i soldi donati dai membri di Beth Hillel ed abbiamo raggiunto l'obiettivo che era di 11 sacchi a pelo. 11 persone adesso dormono la notte al caldo e con questo freddo e la neve ne avevano proprio bisogno. Siamo felicissime di fare TikkunOlam perché sappiamo che è per una buona causa e non vediamo l'ora di continuare.

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Rubrica “Approfondimenti”– Il libro di Ruth, stranieri e profughi di oggi e di ieri

di Giorgio Gomel

 

Il libro di Ruth – lettura abituale nei giorni di Shavuot -  evoca il tema dello straniero, del profugo dalla povertà, dalla fame, dall’oppressione. Noemi è profuga, abbandona la Giudea e trova accoglienza in terra di Moab. Nel ritorno dall’esilio, Ruth la segue; anch’essa è ora profuga dalla sua terra, ma pur straniera è accolta e ospitata in Giudea.

Gli ebrei della Diaspora, che vivono oggi quasi esclusivamente in società occidentali, sono parte della classe media; ne riflettono valori e comportamenti conservatori; appartengono socialmente ai ceti “vincenti”. Si è sopita in larga parte la carica rivoluzionaria dell’ebreo diasporico della prima metà del Novecento.  Gli stessi valori universalistici, così forti nella tradizione ebraica, della difesa dei deboli, della dignità dello straniero sono distanti. Il mondo ebraico -  noi stessi come individui, come collettività e nelle nostre istituzioni -  appare per lo più indifferente alle minoranze diseredate degli immigrati, dei profughi.  Eppure dovremmo essere, noi ebrei, in quanto portatori di memoria, particolarmente sensibili a fenomeni di esclusione, razzismo e violenza, per la nostra stessa   esperienza esistenziale di profughi.

Le navi che affondano oggi nel Mediterraneo   nel tentativo di giungere alle sponde dell’Europa  evocano assonanze emotive con la nostra storia : ci ricordano  gli  ebrei fuggiaschi dall’Europa sul finire degli anni ’30 che  cercavano di trovare rifugio dalla furia antisemita in altri paesi dell’Europa e del mondo o le navi cariche di sopravvissuti alla Shoà che nel 1946-47 varcavano il Mediterraneo cercando di giungere in Palestina e  ne venivano respinte e i profughi internati dagli inglesi in campi di prigionia, a Cipro o altrove.

Ricordiamo qualche dettaglio di quella storia dolorosa di di 70-80 anni fa.

Con l’esplodere della persecuzione antiebraica in Germania e l’inasprirsi nei paesi dell’Europa orientale (Ungheria, Polonia, Romania) di leggi e prassi antisemite, il mondo “civile” faticò a reagire. Ovunque gravava il pregiudizio antisemita, l’ostilità o l’indifferenza allo straniero. “La barca è piena” – affermavano i governi e le opinioni pubbliche. Nel 1935 gli Stati Uniti ammisero circa 6 mila emigranti ebrei dall’Europa, l’Argentina circa 3 mila, il Brasile 2 mila. Più generosi furono paesi dell’Europa occidentale: la Francia circa 35 mila, il Belgio 25 mila, l’Olanda 20 mila.

In Palestina, sotto il mandato britannico, trovarono rifugio nel triennio 1933-35 circa 130.000 ebrei (vedi Walter Laqueur, A History of Zionism, New York, 1972).

Nel 1938 si svolse per impulso di Roosevelt una conferenza ad Evian (Francia) circa lo status dei rifugiati ebrei. Vi parteciparono oltre 30 paesi. Ma il numero di profughi ebrei ammessi in quei paesi restò molto limitato. Nei documenti ufficiali della Conferenza si giustificò la decisione motivandola con la disoccupazione e le difficoltà economico-sociali nei paesi riceventi, l’ordine pubblico, ecc. Gli inglesi rifiutarono di discutere nella Conferenza di immigrazione ebraica verso la Palestina e nel 1939 pubblicarono il Libro Bianco, che cedendo all’opposizione araba e ai timori di un consolidarsi del movimento sionista, limitava il numero di emigranti ebrei a 10 mila all’anno per cinque anni, per poi porvi fine. Anche negli anni precedenti segnati dal crescere della violenza antiebraica in Europa il numero di immigrati ebrei ammessi dalle autorità britanniche andò decrescendo: furono 60 mila nel ’35, 30 mila nel ’36, 10 mila nel ’37, 13 mila nel ’38 e poco di più nel ’39. Rivelatore di quel clima è il testo di una risposta del Segretario alle Colonie Mac Donald ad un’interrogazione alla Camera dei Comuni dell’aprile 1939, così come riportata da Arthur Koestler   (Ladri nella notte, Mondadori,1971, p. 242) :  “ a 1220 immigranti clandestini è stato impedito lo sbarco in Palestina …il 21 marzo 269 ebrei del piroscafo Assandu hanno ricevuto l’ordine di ripartire per Costanza, Romania, il loro porto di imbarco. A 710 ebrei di cui 698 tedeschi, è stato proibito di sbarcare dal piroscafo Astir e ordinato di tornare donde erano venuti. … Al Segretario è stato chiesto se avendo i profughi ebrei atrocemente sofferto fossero stati rimpatriati.Il signor Mac Donald ha detto che essi sono stati rimandati ai rispettivi porti di imbarco. Allora l’interrogante: ai campi di concentramento forse? e MacDonald: La responsabilità ricade su coloro che sono responsabili di avere organizzato l’immigrazione clandestina…”

Anche dopo lo scoppio del conflitto in Europa appena 20 mila ebrei trovarono asilo negli Stati Uniti per l’azione risoluta soprattutto dei volontari dell’Emergency Rescue Commitee nella Francia occupata. Le ragioni di tale inerzia furono molteplici: l’antisemitismo, l’opposizione ideologica all’immigrazione, il silenzio delle chiese cristiane, la stessa riluttanza degli organismi ebraici americani ad esercitare pressioni sul governo per il timore di esacerbare l’ostilità antisemita e perché era prioritaria fra i sionisti la battaglia per la futura creazione di uno stato ebraico (vedi David Wyman, The abandonment of the Jews: America and the Holocaust, New York, 1984).

Due le vicende più note dalla memorialistica di quegli anni: lo Struma e il St. Louis.

In Romania masse di ebrei, fuggendo all’assassinio di massa organizzato dallo stato e dalle miliziefasciste delle Guardie di ferro, cercavano di varcare il mar Nero verso la Turchia e di lì la Palestina. Molte navi affondarono. Lo Struma salpò da Costanza nel dicembre ’41 con circa 800 persone. Giunto a Istanbul, stante il rifiuto del governo britannico di concedere visti di entrata in Palestina, fu costretto dopo un’attesa di 70 giorni nel porto turco a ripartire verso il Mar Nero dove fu affondato da un siluro, la cui identità non fu mai individuata con certezza. Un solo passeggero trovò scampo.

Il St. Louis salpò nel maggio ’39 dalla Germania con un carico di 900 ebrei tedeschi diretti a Cuba. Giunto all’Avana, dopo mille peripezie ed estenuanti trattative fra il governo cubano e l’American Joint Distribution Committee, fu costretto a lasciare Cuba e a ritornare in Europa. Alcuni dei profughi furono accolti in Olanda, Belgio, Francia e Gran Bretagna. Altri rimpatriati a forza nella Germania hitleriana.

La questione dell’immigrazione oggi verso l’Europa dai paesi del Medio Oriente e dell’Africa travagliati dalle guerre e dalla miseria è complicata. Le soluzioni non sono semplici, fra gli estremi dell’utopismo della “buona volontà” e della stupidità xenofoba.  Ma la storia ebraica recente può essere di utile pedagogia rispetto all’egoismo e all’indifferenza.

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Rubrica “Notizie dal mondo” – Sulla convivenza pacifica tra osservanti e laici nell’ebraismo

di Giorgio Gomel

 

I – Premesse

Il convivere di tanti modi di essere ebrei, di riconoscersi come tali, di vivere l’identità ebraica è un valore essenziale che ha consentito agli ebrei, aggregatisi in comunità, di preservare una loro unità di gruppo nella storia. L’esistenza di identità multiple è stata elemento caratteristico dell’ebraismo. Fino all’Ottocento la distinzione era geografica (sefarditi vs. ashkenaziti) e ideologica (chassidim vs. mitnagdim; tradizionalisti vs. modernizzanti; ortodossi vs. riformati). Dall’inizio del Novecento il conflitto di identità ha contrapposto da un lato religiosi e “laici”; dall’altro sionisti e antisionisti - questi ultimi, un universo eterogeneo, dagli ortodossi ai bundisti ai comunisti. Dopo il 1948, si è affermata una bipolarità: Diaspora e Israele. Con la nascita di Israele, l’identità ebraica è diventata una “trinità”: quella politico-nazionale-territoriale (in Israele); quella religiosa-diasporica; quella di ebrei che tendono ad integrarsi in società occidentali che si evolvono pur con fatica verso forme multiculturali, alla cui vita civile e politica essi partecipano, e che mantengono legami affettivo-culturali di appartenenza all’ebraismo e di vicinanza con la terra e lo stato di Israele.

Ci sono stati invero rotture e scismi nella storia dell’ebraismo, ma il pluralismo ha prevalso. Oggi la minaccia di una frattura che divida gravemente il mondo ebraico viene dall’affermarsi di un’ideologia integralista: si affermano idee per cui solo l’ortodossia “pura e dura” è vero ebraismo, mentre gli altri – i non ortodossi – non hanno uguale diritto all’appartenenza, perché assimilati, o quasi transfughi dall’ebraismo. Dobbiamo invece affermare un ideale di rispetto reciproco, di apertura e accoglienza delle comunità, di unità, non di chiusura e di esclusione. Affermare una pratica di dialogo, non nel senso di dissolvere le differenze di opinione che vi sono fra ebrei, ma di saperle confrontare e dibattere.

L’ortodossia è minoranza nell’ebraismo mondiale: il che fare dei “non ortodossi” e degli ebrei laici – “chilonim o chofshim” – che ne sono maggioranza, e che vogliono tuttavia appartenere all’ebraismo, è quindi esigenza fondamentale.

Gli ortodossi vantano un loro primato, un merito esclusivo: quello di trasmettere l’ebraismo nelle generazioni, di preservare la continuità della norma e della prassi. Questo è vero storicamente, o no? E’ controvertibile. Un nostro limite – quello di ebrei non osservanti, – è il conferire implicitamente agli altri – ortodossi, difensori della tradizione – la delega di rappresentare e preservare l’ebraismo, un ebraismo pieno, totalizzante. Noi ne esprimiamo una parte, e con modestia e quasi soggezione, consapevoli di questa nostra limitatezza, accettiamo di essere subalterni: loro sono gli ebrei a pieno tempo, a tutto corpo, noi degli ebrei limitati.

Siamo dominati oggi dalla paura. Gli ortodossi hanno paura dell’assimilazione, della scomparsa della particolarità ebraica in una società che tutto annulla e omologa, anche se la nozione di assimilazione è impropria perché oggi la spinta non è tanto a negare la propria identità ebraica quanto ad affermarla nello scambio con il mondo non ebraico.

I non osservanti hanno paura dell’indurirsi dell’ortodossia, fino alla perdita della libertà, del diritto ad essere riconosciuti come ebrei a pieno titolo. Queste paure, se non vinte, renderanno il dialogo via via più difficile.

Nel matrimonio misto c’è una dualità fra le scelte individuali e le esigenze della comunità, ma non lo si può dipingere come una patologia maligna, un passaggio ineluttabile all’assimilazione, alla negazione dell’ebraismo. In alcuni casi esso porta al nucleo ebraico ebrei nuovi e consapevoli di esserlo quando il partner non ebreo vuole unirsi in qualche modo alla religione o al popolo ebraico o comunque chiede al partner ebreo un impegno più cosciente nel trasmettere cultura ebraica ai figli. Più che una causa, il matrimonio misto è un effetto della crisi dell’ebraismo come osservanza dei precetti nelle società contemporanee, in cui la religione non è più dominante come regola di vita e le stesse differenze fra le religioni tendono ad attenuarsi.

Un po’ di senso concreto della storia e della demografia ci deve indurre ad attribuire valore preminente alla continuità, alla sopravvivenza di un ebraismo esiguo come quello italiano, invece di rischiare di ridurlo ai pochi depositari “puri e duri” dell’ortodossia. Ebreo non è tanto chi è figlio di madre o di padre ebreo, fra i quali personalmente io non distinguo, ma – come notò alcuni anni fa Jonathan Sacks, rabbino capo di Inghilterra – chi avrà nipoti ebrei, chi sarà stato capace di trasmettere i valori positivi dell’ebraismo, di mantenere la sua capacità di attrarre le generazioni future.

II – Il che fare in Italia oggi

La questione per noi che affermiamo l’esistenza di modi plurimi di vivere la propria identità ebraica e crediamo nell’apertura e nel dialogo con coloro che sono “ebrei lontani” o “marginali” è quanto essere inclusivi.

Si può accettare la definizione proposta dall’ebraismo laico e umanista per cui “Ebreo è persona di nascita ebraica o chiunque si dichiari ebreo e si identifichi con la storia, i valori etici, la cultura, la civiltà, la comunità e il destino del popolo ebraico”?  E’ troppo inclusiva?

A me sembra che il discrimine per essere ebreo sia il riconoscersi nella continuità storica e culturale dell’ebraismo, come popolo, non come religione.

La questione è se vi debba essere un atto formale che sancisca il passaggio dalla condizione di non ebreo a quella di ebreo. Se sì, quali possono essere le modalità?  1) una conversione ortodossa automatica per tutti coloro che lo richiedono; 2) l’accettazione di conversioni effettuate anche da “riformati” o “conservative”; 3) l’accettazione come membro della comunità ebraica di chiunque lo desideri, manifestando così il proposito di essere parte del popolo ebraico, in analogia con quanto accade in Israele secondo la “legge del ritorno”.

Le soluzioni 2 e 3 darebbero luogo a comunità separate o categorie distinte di ebrei – quelli accettati come tali da tutti e quelli non. La soluzione 1 sarebbe idealmente preferibile proprio perché garantirebbe l’unità del popolo ebraico, ma è osteggiata dagli ortodossi.

Ritengo che sia necessario un gentlemen’s agreement, un patto di convivenza pacifica tra gli ebrei italiani, religiosi e laici, osservanti e non, ortodossi e riformati, che tenga conto della pluralità delle realtà ebraiche in Italia, anche per effetto della globalizzazione, delle migrazioni, della sprovincializzazione di un ebraismo italiano finalmente più esposto al mondo e variegato.

Il gentlemen’s agreement dovrebbe tradursi nella trasformazione delle Comunità e dell’UCEI, non in una federazione di congregazioni o confessioni ebraiche (difficile da realizzarsi per la scarsità numerica degli ebrei italiani, per il complesso sistema delle Intese con lo Stato, nonché perché ne sarebbero esclusi gli ebrei laici), ma in una “casa comune” degli ebrei residenti nel territorio.

L’UCEI potrebbe includere, accanto alle comunità tradizionali, anche associazioni, aggregazioni, gruppi, senza pertanto sconvolgere il suo Statuto e le Intese con lo Stato; queste associazioni o gruppi potrebbero a loro volta strutturarsi localmente in rapporto con le comunità oppure autogestirsi.

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Rubrica “Notizie dal Mondo” – Molestie sessuali e la legge ebraica dello yichud

di David N. Levy

 

La dichiarazione più recente di principi fondamentali da parte dell'unione dei rabbini riformati americani (Pittsburgh, 1999) invita gli ebrei riformati a studiare "tutte le mitzvot" tradizionali e di osservare "quelle che ci parlano come individui e come comunità"; aggiunge che mentre alcune mitzvot sono state sempre osservate da ebrei riformati, "altre, sia antiche che moderne, esigono una rinnovata attenzione a causa del contesto particolare dei nostri tempi." 

Queste parole ben precise non vogliono obbligarci a seguire la halachah (le leggi e costumi tradizionali), bensì invitarci a considerarla seriamente.  Ma persino questo invito va contro la nostra inclinazione, in quanto ebrei riformati, di guardare la halachah (se la guardiamo affatto) come una sorta di prigione dalla quale siamo lietamente scappati.  La halachah, in quanto pretende di regolare tutti gli aspetti della vita, ci appare opprimente, in pieno contrasto con la sacrosanta libertà individuale.  In fondo siamo convinti che l'ebraismo ci può trasmettere o rafforzare un'etica, ma che noi illuminati moderni, per essere buoni, non abbiamo né voglia né bisogno di una legge.

Ma siamo sicuri che l'etica può prevalere quando non sostenuta da leggi e costumi?  Siamo sicuri, oggi, di essere così buoni?  Le virtù stanno diventando più comuni, i vizi più rari?  Si potrebbe avere dei dubbi.  Prendiamo un esempio: l'ondata recente di accuse di molestie sessuali da parte di uomini (fra i quali alcuni ebrei) fra i più rispettati e onorati nelle nostre società.  Questa vicenda, che difficilmente si concilia con l'idea del progresso morale, non avrebbe sorpreso i nostri maestri, secondo i quali l'inclinazione al male (yetzerharà) negli esseri umani era fortissima e ineliminabile e quindi richiedeva un controllo rigoroso e continuo. 

Questo loro principio si applicava in particolare ai desideri sessuali.  Afferma Maimonide nel Mishneh torah (il suo autorevole codice di halachah) che "in tutta la Torah non c'è niente più difficile, per la maggior parte del popolo, dell'astenersi dai rapporti sessuali proibiti" (hilchot issurei biah [da ora in poi H.I.B.; per una traduzione in inglese, vedi www.chabad.org] 22:18).  La risposta tradizionale al problema messo in luce da Maimonide è, in parte, la proibizione dello yichud ("incontro privato", parola collegata ad echad, "uno"), cioè la proibizione di stare nel privato con una persona dell'altro sesso che non è né coniuge né parente stretto. (Non entro qui nei dettagli di questa proibizione e nelle sue eccezioni.)

Il motivo della proibizione è semplice: lo yichud porta alla trasgressione (H.I.B. 22:1); è anche la sua condicio sine qua non. Si obietterà che questa proibizione è primitiva e estrema, che tratta le persone come se fossero tutte schiavi degli istinti carnali anziché esseri razionali e responsabili.  Maimonide, grande razionalista, certo non nega la capacità umana di agire secondo la ragione, ma conosce anche, forse meglio di noi progressisti, la forza delle passioni che contrastano la ragione.  La razionalità e la padronanza di sé, per la stragrande maggioranza delle persone, reggono solo se sostenute da controlli esterni.  Perfino ad un uomo di fiducia e corretto (ne'emanvekasher), afferma la halachah, non si dà l'incarica di fare la guardia ad un cortile abitato da donne, perché "non esiste un guardiano per le relazioni sessuali proibite" (H.I.B. 22:15).  Ognuno è soggetto alla tentazione. 

E' chiaro che la proibizione dello yichud non è una garanzia di comportamenti virtuosi; l'audacia e la furberia a volte riusciranno ad aggirarla (vedi per esempio il caso del rabbino ortodosso a Tzfat condannato recentemente per ripetute molestie sessuali).  Piuttosto, questa mitzvah intende essere un impedimento ai cattivi e un aiuto ai deboli.   Una soluzione più completa richiede un passo ulteriore, ovvero lo studio continuo della torah e della saggezza (o della scienza, chochmah), "perché il pensiero dei rapporti proibiti non prevale se non nel cuore che è vuoto di saggezza" (H.I.B. 22:21). 

Noi ebrei riformati, se decidessimo di osservare la mitzvah riguardante lo yichud, non potremmo non interpretarla e applicarla in modo un po' diverso dagli ortodossi.  Per esempio, visto che alle nostre comunità gli omosessuali partecipano con pieno diritto, dovremmo dire, presumibilmente, che mentre una persona eterosessuale dovrebbe evitare di stare nel privato con una persona del sesso opposto, per un omosessuale la proibizione riguarda una persona dello stesso sesso.  E ci sono altri dettagli che andrebbero rivalutati alla luce delle circostanze moderne.  Ma il principio di base sembra esigere una nostra rinnovata attenzione.

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Rubrica “News da Beth Hillel” – Accordo con Kahal

di Fabio Benjamin Fantini

 

Beth Hillel ha siglato un importante accordo con KAHAL, una organizzazione internazionale che facilita l’inserimento di studenti stranieri nelle comunità ebraiche locali.

Roma è tra le più importanti destinazioni per programmi di studio all’estero e Beth Hillel diviene la loro comunità temporanea di riferimento, con la finalità di fare loro vivere una esperienza ebraica a Roma, creare nuovi vincoli di amicizia, rafforzando allo stesso tempo il profilo internazionale di Beth Hillel.

Per maggiori informazioni rivolgersi a Fabio Benjamin Fantini.

 

Rubrica “News da Beth Hillel” – Gemellaggio tra Beth Hillel e Gil - Communauté Libérale de Genève

di Fabio Benjamin Fantini

 

Il Board della Comunità Gil -Communauté Libérale de Genève- una delle più prestigiose comunità ebraiche Reform in Europa, ha approvato la nostra richiesta di gemellaggio che era stata veicolata da Micheal Reik, della World Union for Progressive Judaism. Come conseguenza, sono intanto iniziati i primi colloqui con Mario Castelnovo membro del Board di Gil e responsabile del gemellaggio da parte Svizzera.

Fabio Benjamin Fantini, Vice Presidente e Responsabile delle Relazioni Internazionali, stilerà a breve assieme al Presidente di Gil, Alex Dembitz, l’accordo di cooperazione.

Gil, fondata nel 1970, è una comunità molto attiva nel movimento Reform Europeo, con una membership che supera le 1000 persone. La comunità è diretta da Francois Garai, noto esponente religioso Reform e tra i fondatori di Gil.

Per più informazioni:

https://www.gil.ch/

sab, maggio 25 2019 20 Iyàr 5779